E così,
nel giorno delle commemorazioni della strage di Capaci, il
racconto dello storico atto d'accusa a Cosa nostra viene
affidato ai protagonisti dell'epoca. Come Piero Grasso,
procuratore nazionale antimafia, allora giovane giudice;
l'ex pm Peppino Ayala; e i giudici Peppino Di Lello e
Leonardo Guarnotta, al fianco di Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, nell'istruzione del processo. Ma dietro alle
sbarre, ieri, non c'erano i capimafia. Le gabbie, invece,
sono state tappezzate di disegni, striscioni colorati e
poster portati dalle scolaresche che hanno ascoltato,
attente, le testimonianze dei magistrati.
«Dobbiamo
essere noi a preparare il terreno ai giovani che saranno la
classe dirigente del domani», ha detto Grasso, alla
presenza di una fitta rappresentanza di esponenti del
governo Berlusconi, di istituzioni civili e militari.
«Andiamo avanti nella lotta alla mafia - ha detto invece il
Guardasigilli, Angelino Alfano -. I primi passi sono già
stati fatti in Consiglio dei ministri e altri ne faremo
ancora per combattere i boss».
Una serie di missive
sono state lette nell'aula come quella del Presidente della
Repubblica, Giorgio Napoletano, ribadendo che «l'impegno e
la partecipazione di allora non possono subire flessioni».
O come la lettera del presidente della Camera, Gianfranco
Fini, che ha ricordato Falcone come un «esempio di grande
italiano e servitore dello Stato». Presente anche il
ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che a Capaci,
davanti la stele dell'autostrada che ricorda la strage e
accompagnato dal capo della polizia Antonio Manganelli, ha
deposto una corona di fiori. Per Maroni, è stata anche
l'occasione per ribadire che «ci sarà una forte presenza
dello Stato in tutte le regioni dove si registrano fenomeni
di criminalità organizzata». Infine, il presidente del
Senato, Renato Schifani, che ha lanciato un appello «a
tutte le forze politiche a restare unite nella lotta alla
mafia».
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24/05/2008