Non potremo mai, e sottolineo mai, ricostruire con gli strumenti della cronaca quella tragica mattinata a Cogne, il 30 gennaio 2002. Accusa e difesa, se il processo durasse altri trent'anni, si scontrerebbero all'infinito sulle cose che mancano e mancheranno sempre perché non sono mai state cercate nel modo giusto. Il passato, il presente e il futuro si confondono in un unico, irrimediabile pasticcio investigativo. Per la legge italiana la Franzoni è colpevole dell'omicidio di suo figlio, e deve scontare 16 anni in carcere. Per la Dea irraggiungibile ed esigente della verità, mancano in questa storia l'arma, il movente, l'ora della morte del piccolo Samuele. Non cose di piccolo conto. Manca soprattutto la prova regina, mancano una confessione, una testimonianza decisiva, un pentimento, un crollo. La perizia psichiatrica, il viaggio nella mente di Annamaria, è debolissima sul piano scientifico. E' stata fatta per via deduttiva, senza la collaborazione del soggetto interessato. La Cassazione, la suprema corte, che giudica i vizi di forma, fa calare il sipario, momentaneamente, su una piece formalmente sgangherata.
Stabilito dunque che non potremo mai stabilire con certezza chi è l'assassino di Cogne, potremmo usare a rovescio la libertà interpretativa che lascia un processo indiziario. E' molto probabile che una figura altra, in questa tragedia di famiglia, non ci sia. E' molto probabile che che una madre, in un attacco di depressione, abbia ucciso presto, già alle 7 del mattino, quel povero, bellissimo bambino. E' molto probabile che il marito, Stefano Lorenzi, e anche tutto il clan familiare della Franzoni, sappiano la verità. Le barricate innocentiste, l'ostinazione, il cambio continuo degli avvocati, le polemiche con i giornalisti, le strategie medianiche, farebbe così parte di un'immensa copertura di fronte a quella bimba fragile che come in dramma antico, ha divorato un figlio e ne ha generato subito un altro. E anche il copione dell'ultima, tragica notte, quella dell'arresto a Ripoli Santa Cristina, sembra il frutto di un drammaturgo di altri tempi. Gioele, il nuovo arrivato, il nomen biblico, il rovescio freudiano di Samuele, che si attacca alle gambe della madre e piange e dice: «Mamma, non lasciarmi». E lei che esce, sulla macchina inesorabile dei carabinieri, carnefice e vittima a un tempo. Straordinario e lugubre e straziante. Ma la domanda finale è: Annamaria sa? Ricorda? Mente? Vive o sopravvive? Ne ho parlato con molti psichiatri. E' probabile che non abbia rimosso nell'inferno dell'inconscio, ma che la sua consapevolezza della realtà si come attuttita, trasfigurata in una dimensione virtuale. Come i giovanissimi che uccidono mimando i videogames, la morte come linguaggio, de-responsabilizzata. Stavo scrivendo che ora la Franzoni, nella solitudine del carcere, senza la mediazione della famiglia nel rapporto con la realtà, rischia. E subito leggo sulle agenzie che è guardata a vista. Soggetto che può infliggersi del male. Purtroppo. Ma triste, logica, mai augurabile conclusione del suo dramma personale. Ho visto ieri le foto del cranio di Samuele. Le sue dita ustionate. Ha visto chi lo colpiva, si è difeso, sono ferite che indicano l'ultimo accanirsi della vita. Poi più niente, il buio. Anche della nostra immaginazione giornalistica.
Vai alla homepage
Claudio Brachino
23/05/2008