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dall'inviato Maurizio Piccirilli CAPO TEULADA La situazione ...

dall'inviato
Maurizio Piccirilli
CAPO TEULADA La situazione a Pinkland è precipitata. Sono molti gli italiani a rischio e subito la macchina dei soccorsi per evacuare i connazionali si mette in moto. Lo scenario di fantasia è lo sfondo all'esercitazione «Mare Aperto 2008» alla quale partecipano oltre 6.

300 militari delle forze armate italiane e navi tedesche, francesi, britanniche, greche e turche. Scattata il 13 maggio scorso, l'esercitazione pianificata e controllata dall'ammiraglio Giuseppe Lertora, comandante in capo della Squadra navale e di Euromarfor, ha interessato prima il Mar Jonio, poi il Tirreno e, infine, il canale di Sardegna. L'esercitazione aveva lo scopo principale di mettere a punto la gestione multilaterale di una crisi sviluppando per la prima volta la collaborazione con la Croce Rossa italiana. La Cri, rappresentata dal suo presidente Massimo Barra e dall'ispettrice generale delle Infermiere volontarie, Mila Brachetti Peretti, ha allestito i centri di gestione dei feriti e allestito presidi sanitari anche a bordo delle navi della flotta impegnata nella simulazione di intervento per l'evacuazione di connazionali in un'area di crisi.
Le pessime condizioni meteo, con un vento che ha soffiato fino a 45 nodi, hanno reso ancor più verosimile l'esercitazione. «Un'eventualità questa che era stata studiata per l'evacuazione dei nostri connazionali dal Libano», spiega Elisabetta Belloni responsabile dell'Unità di crisi del Ministero degli Esteri che ieri ha assistito all'esercitazione.
I primi incursori del Consubim entrano in azione dopo essersi lanciati in mare da un elicottero. Il loro scopo è mettere al sicuro da mine e altro la zona di sbarco. Poi ecco arrivare i potenti mezzi anfibi Avu 7 del Reggimento San Marco che creano una cornice di sicurezza. Lo scenario di crisi è una situazione molto simile a quella del Libano dove il governo locale accorda l'intervento esterno a scopi umanitari ma in zona ci sono elementi ostili. Gli sbarchi si susseguono e arrivano altri mezzi da sbarco con i veicoli che dovranno prendere a bordo i profughi. Nel frattempo viene attrezzata un'area accoglienza con tende e un piccolo ospedale da campo per far fronte alle prime esigenze. Tutte le persone soccorse vengono poi controllate e identificate prima di essere trasferite a bordo delle navi che incrociano al largo. Le comunicazioni terra-nave sono garantite da un sistema sofisticato che consente di incrociare i dati e scoprire «infiltrati pericolosi».
«È necessario addestrarsi sempre di più e meglio per affrontare le emergenze - spiega l'ammiraglio Lertora - è un concetto ormai acquisito». L'utilizzo delle forze armate per risolvere alcune situazioni di emergenza è particolarlmente caro a Elisabetta Belloni, che lasciata la super tecnologica Unità di crisi della Farnesisa, ha voluto verificare sul campo l'efficienza della «Forza di proiezione a mare» a scopo pacifico. «Siamo in continuo contatto con il Coi (centro operativo della Difesa ndr) - spiega la responsabile dell'Unità di crisi - Noi abbiamo i sensori su cosa sta accadendo nel teatro delle possibili operazioni e loro possono fornire uomini e mezzi per risolvere emergenze di questo tipo. Un rapporto di reciprocità e di collaborazione che può dare solo ottimi risultati». «Questo nuovo tipo di approccio è essenziale - ha spiegato l'ammiraglio Giuseppe Lertora, comandante in capo della Squadra navale - per sfruttare al meglio le risorse e le capacità di tutti».
E mentre il vento rinforza e nuvole nere si addensano in cielo gli elicotteri iniziano a fare la spola con le navi per riportare a casa i connazionali salvati.

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21/05/2008










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