300 militari delle forze
armate italiane e navi tedesche, francesi, britanniche,
greche e turche. Scattata il 13 maggio scorso,
l'esercitazione pianificata e controllata dall'ammiraglio
Giuseppe Lertora, comandante in capo della Squadra navale e
di Euromarfor, ha interessato prima il Mar Jonio, poi il
Tirreno e, infine, il canale di Sardegna. L'esercitazione
aveva lo scopo principale di mettere a punto la gestione
multilaterale di una crisi sviluppando per la prima volta
la collaborazione con la Croce Rossa italiana. La Cri,
rappresentata dal suo presidente Massimo Barra e
dall'ispettrice generale delle Infermiere volontarie, Mila
Brachetti Peretti, ha allestito i centri di gestione dei
feriti e allestito presidi sanitari anche a bordo delle
navi della flotta impegnata nella simulazione di intervento
per l'evacuazione di connazionali in un'area di crisi.
Le pessime condizioni meteo, con un vento che ha
soffiato fino a 45 nodi, hanno reso ancor più verosimile
l'esercitazione. «Un'eventualità questa che era stata
studiata per l'evacuazione dei nostri connazionali dal
Libano», spiega Elisabetta Belloni responsabile dell'Unità
di crisi del Ministero degli Esteri che ieri ha assistito
all'esercitazione.
I primi incursori del Consubim
entrano in azione dopo essersi lanciati in mare da un
elicottero. Il loro scopo è mettere al sicuro da mine e
altro la zona di sbarco. Poi ecco arrivare i potenti mezzi
anfibi Avu 7 del Reggimento San Marco che creano una
cornice di sicurezza. Lo scenario di crisi è una situazione
molto simile a quella del Libano dove il governo locale
accorda l'intervento esterno a scopi umanitari ma in zona
ci sono elementi ostili. Gli sbarchi si susseguono e
arrivano altri mezzi da sbarco con i veicoli che dovranno
prendere a bordo i profughi. Nel frattempo viene attrezzata
un'area accoglienza con tende e un piccolo ospedale da
campo per far fronte alle prime esigenze. Tutte le persone
soccorse vengono poi controllate e identificate prima di
essere trasferite a bordo delle navi che incrociano al
largo. Le comunicazioni terra-nave sono garantite da un
sistema sofisticato che consente di incrociare i dati e
scoprire «infiltrati pericolosi».
«È necessario
addestrarsi sempre di più e meglio per affrontare le
emergenze - spiega l'ammiraglio Lertora - è un concetto
ormai acquisito». L'utilizzo delle forze armate per
risolvere alcune situazioni di emergenza è particolarlmente
caro a Elisabetta Belloni, che lasciata la super
tecnologica Unità di crisi della Farnesisa, ha voluto
verificare sul campo l'efficienza della «Forza di
proiezione a mare» a scopo pacifico. «Siamo in continuo
contatto con il Coi (centro operativo della Difesa ndr) -
spiega la responsabile dell'Unità di crisi - Noi abbiamo i
sensori su cosa sta accadendo nel teatro delle possibili
operazioni e loro possono fornire uomini e mezzi per
risolvere emergenze di questo tipo. Un rapporto di
reciprocità e di collaborazione che può dare solo ottimi
risultati». «Questo nuovo tipo di approccio è essenziale -
ha spiegato l'ammiraglio Giuseppe Lertora, comandante in
capo della Squadra navale - per sfruttare al meglio le
risorse e le capacità di tutti».
E mentre il vento
rinforza e nuvole nere si addensano in cielo gli elicotteri
iniziano a fare la spola con le navi per riportare a casa i
connazionali salvati.
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21/05/2008