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Il criminologo Francesco Bruno analizza lo stato mentale della Franzoni: è inconsapevole di quello che ha fatto, deve essere curata

«Questa donna è colpevole ma non va mandata in cella»

Marino Collacciani
m.collacciani@iltempo.it
Il solito processo mediatico, di quelli che l'Italia sforna come fuoriserie, ma che stanno diventando «utilitarie» dei contesti legali dove il colpevole si dichiara innocente anche dinanzi agli indizi e alle prove più schiaccianti.

Con la solita possibilità di uscire da una delle tante crune di quel vecchio, ma mai sopito adagio: fatta la legge, trovato l'inganno. Una premessa necessaria per introdurre l'intervista al professor Francesco Bruno, criminologo di fama internazionale, molto attento non solo agli aspetti psichiatrici del caso di Cogne, ma a tutte le componenti tecnico-giudiziarie, indissolubilmente legate a strategie altrimenti difficili da comprendere.
Professor Bruno, secondo lei Anna Maria Franzoni è colpevole?
«Ritengo che lei sia stata responsabile di quello che è avvenuto e su questo, purtroppo, non ho dubbi».
Perché quel «purtroppo»?
«Semplicemente perché mi sarebbe piaciuto avere delle perplessità. Si possono avere dei dubbi umani, ma non scientifici. Sono altresì profondamente convinto che si tratti di un insieme di cause patologiche, come la casistica insegna nei figlicidi compiuti dalla madre».
Ma una donna che uccide il proprio figlioletto è consapevole del gesto?
«No, solo in rarissimi casi la donna madre è consapevole. Normalmente chi compie quel gesto non ha capacità di intendere e di volere».
Ritiene corretto l'iter giudiziario che ha portato fin qui alla condanna?
«Assolutamente no».
Perché? Di chi è la responsabilità?
«Tutto il processo è stato fortemente deviato dall'ostinazione con la quale la signora Anna Maria Franzoni, la sua famiglia e la sua difesa hanno proclamato un'innocenza basata unicamente sull'assunto "non sono stata io" e non su prove. Anzi, gli indizi e le prove si sono rivelati sempre a loro sfavore».
Ritiene giusta la condanna?
«No, è in ogni caso una pena ingiusta».
Per quale motivo?
«Questa persona dovrebbe rendersi conto di quello che ha fatto e superare il proprio travaglio anche attraverso il pentimento. E, contemporaneamente, trovare la forza per andare avanti e salvare i suoi figli. Non andrebbe condannata, bensì curata».
Quale sarebbe a suo avviso il provvedimento più adeguato?
«Il proscioglimento per totale incapacità di intendere e di volere per una sindrome border-line grave con concomitanza di altri fattori».
Quali prove si possono addurre a sostegno di tale quadro psichiatrico?
«C'è un elettroencefalogramma positivo».
Cosa vuol dire «positivo»?
«Che ci sono alterazioni elettroencefalografiche, riscontrate nel secondo grado di processo. Ci sono, comunque, dei problemi organici a livello mentale».
A nome di milioni di italiani e di altrettanti mariti-padri le chiedo: è possibile non lasciare una donna accusata di figlicidio e, per giunta, dopo pochissimi mesi mettere al mondo con la stessa donna una nuova creatura?
«Contrariamente alla apparenze, il marito della Franzoni è una delle figure più chiare del caso. In generale, anche quando una figlicida viene colta sul fatto, il marito può al massimo lasciarla. Ma mai la abbandonerà e nulla farà per strapparla agli altri figli. Ciascuno di noi cerca una via consolatoria. Così, quando una moglie ti dice "io non sono stata" e tutto l'ambiente familiare che la circonda la sostiene, anche tu ti convinci, ti impadronisci di una sorta di alibi».
Professor Bruno, cosa farà la Cassazione?
«Secondo me ci sono elementi anche per cassare la sentenza e mandarla a una nuova Corte d'Appello: il motivo principale sarebbe quello che non è stata mai fatta una perizia psichiatrica. Oppure la Cassazione potrebbe confermare la condanna a 16 anni».
Nel caso di conferma della precedente sentenza la Franzoni andrebbe subito in carcere?
«No, c'è un mese di tempo perché la sentenza possa essere eseguita. Durante questo lasso di tempo c'è la possibilità che l'imputata ceda, si senta finalmente male, accetti la possibilità di aver compiuto il gesto. A quel punto, la donna andrebbe in ospedale e scatterebbe automaticamente il differimento della pena, anche di uno o due anni. Poi, teoricamente, dovrebbe andare in carcere: ma quanto tempo ci starebbe prima di un nuovo malore?».
In molti si chiedono: una madre figlicida può reiterare il gesto?
«Purtroppo sì: entro i tre anni di età, i figli di una donna con pesanti sospetti, rischiano. L'importante è che le madri in oggetto non vengano mai lasciate sole: la solitudine e i grandi silenzi aggravano questa sindrome psichiatrica».

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20/05/2008










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