Non abbiamo saputo
elaborare il lutto della morte di Samuele, e ci siamo
affollati morbosamente attorno a un plastico, sperando che
un'impronta, una traccia, una contraddizione, una
testimonianza, uno straccio di prova qualunque emendassero
la Madre dal sospetto.
Perché sulla soglia di quella
casa si è irrimediabilmente frantumato il rapporto
fiduciario del vincolo di sangue, la simbolica sicurezza
del mito familiare, e nessuno ha saputo più risolvere
l'elementare equazione «chi ti dà la vita non può
togliertela».
Il delitto del piccolo Lorenzi è
precipitato come un veleno nella coscienza collettiva
dell'Italia: prima e dopo abbiamo pianto altri bambini
perduti, ma per ciascuno di loro, nella atrocità della
sorte, abbiamo trovato una vaga forma di consolazione.
Tommy è stato portato via da una banda di criminali
impazziti, Denise e Angela sono state inghiottite nel nulla
della crudeltà umana, Alfredino è caduto accidentalmente in
un pozzo, così come Ciccio e Tore nella casa delle cento
stanze. Sempre, di fronte a queste cronache estreme, un
popolo intero ha saputo trovare il guizzo oltre la
disperazione: era stato qualcosa di estraneo a portarceli
via, la natura o la cattiveria o la follia. Elementi che
non sfioravano neppure il cordone ombelicale su cui si lega
il patto fondativo della società ancestrale e primigenia.
Con Samuele, invece, gli italiani hanno perso la fede
genetica: eppure, ogni giorno arrivano notizie di madri
squassate da sindromi post-parto, da esaurimenti
tritacuore, da depressioni insondabili, che non esitano a
massacrare le loro creature nei modi più terrificanti. Una
donna su mille cade preda della «psicosi puerperale», che
la spinge a liberarsi dell'insopportabile fardello del suo
piccolo. Basterebbe visitare il carcere psichiatrico di
Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano, per ascoltare le
voci allucinate di queste genitrici assassine, che ancora
continuano a cullare i figlioletti nel buio delle loro
menti, molto tempo dopo averli soppressi.
Ma sono casi
giudiziariamente risolti:quello che di Cogne ha sconvolto
l'opinione pubblica è stato il germe del dubbio,
l'irreperibilità dell'arma del delitto, la granitica
dichiarazione di innocenza di Annamaria Franzoni, per molti
quasi un talento della recitazione, immersa in uno
straniamento brechtiano col quale ha negato l'orrore della
realtà; per altri una vittima da tutelare, finita in un
vicolo cieco della sua anima, in un luogo oscuro che
neppure gli studiosi della mente riescono a illuminare.
Ora la Cassazione metterà fine al percorso
processuale, con un verdetto comunque drammatico.
Confermare la condanna all'imputata servirebbe a
pacificare le inquietudini di chi pretende giustizia in
ogni caso, senza troppo badare alle evidenze probatorie.
Ricominciare da capo significherebbe cercare più lontano
l'Ombra. Quella che da quel maledetto giorno aleggia su
Cogne, e sulle ansie profonde di tutti. E che non svanirà,
finché quella porta resterà aperta.
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20/05/2008