Gli scontri provocati da Hezbollah devono
essere letti proprio in questa chiave, quella di forzare la
mano per ottenere un Presidente che non li isoli ma
piuttosto ponga il «Partito di Dio» al centro della
politica del Paese. Questo è il vero nocciolo della
questione. Nel corso degli anni la comunità sciita,
tradizionalmente la meno abbiente del Paese, si è
rafforzata fino a rappresentare, con oltre il 30% della
popolazione, la realtà demograficamente più rilevante.
Il premier Siniora, lo stesso che ha proclamato
Hezbollah «movimento di resistenza nazionale» ha
improvvisamente che i miliziani di Assan Nasrallah
rappresentano uno Stato nello Stato, con reti di
comunicazioni dedicate.
La scesa in strada dei
guerriglieri di Dio ha dimostrato che gli uomini dalla
gialla bandiera sono in grado di paralizzare la città, e
non solo quella, come e quando vogliono. Bene ha fatto
l'Esercito, nonostante i timidi tentativi del premier, a
non avviare azioni di forza. Innanzitutto l'esito degli
scontri avrebbe visto probabilmente le ancor deboli LAF,
Lebanese Armed Forces, uscirne con le ossa rotte e in
ultimo molte unità annoverano nelle proprie fila sciiti che
avrebbero certamente non alzato le armi contro loro amici e
parenti, rischiando così di spaccare l'esercito in fazioni
religiose come all'alba della guerra civile degli anni
Settanta. La crisi sta dimostrando come non sia possibile
continuare su questa strada. Il Libano ha bisogno di
stabilità e sta risentendo della "guerra" politica tra
Stati Uniti e Iran. È vero che il dialogo tra Washington e
Teheran è certamente difficile ma è oramai tempo di scelte
coraggiose e lungimiranti, come fece il Repubblicano Nixon
avviando la "politica del ping pong" con la Cina di Mao.
Per quanto siano alte le proteste delle dinastie
sunnite dei piccoli e grandi Paesi del golfo è il momento
di porre le basi per un dialogo futuro. Si possono non
condividere le ambizioni iraniane di potenza regionale ma
non si possono non comprendere. Il frutto malato
dell'assenza del dialogo è una endemica instabilità nel sud
dell'Iraq con i guerriglieri di al Sadr e la fortissima
influenza iraniana nell'area di Herat, ove sono stanziati i
nostri militari in Afghanistan. La terra dei cedri è da
oramai trent'anni la palestra dei miliziani iraniani
maggiormente oltranzisti. Occorre rompere questo giogo. Da
una parte l'Europa con l'Italia leader, visto che in questo
momento non vi è in Libano una Nazione verso la quale vi
sono maggiori aspettative e aperture che il nostro Paese,
dovrebbe avviare un concreto dialogo con tutte le realtà
sciite. Questo ponendo però alcuni punti non negoziabili,
come il riconoscimento di Israele, l'abbandono della lotta
armata come parte del dialogo politico e la revisione dei
rapporti con i soggetti iraniani e siriani contrari ad un
processo di pacificazione. A fronte di questo si potrebbero
avviare robuste iniezioni di Euro ed ulteriori concessioni
politiche. I libanesi desiderano stabilità e ritornare a
fare business. Occorre almeno provare.
Nel contempo se
la stessa Europa non si adopererà per migliorare il dialogo
USA/Iran, il solo immaginare stabilità in Iraq, Afghanistan
e Libano equivarrà a svuotare l'Oceano con un cucchiaino da
the...
Per questo è necessario intervenire per
sbloccare la vicenda del Presidente Libanese. Gli
schieramenti sono essenzialmente due, il blocco filo
siriano con Hezbollah, Amal del vecchio volpone Berri e i
cristiani maroniti del Generale Aoun. Dall'altra parte la
coalizione vede i sunniti con il figlio di Hariri, più
sopportato che supportato dai suoi, e i cristiani di
Gemayel e Samir Gegea. Il quadro è sinceramente oscuro,
nessuno dei due gruppi pare in grado di esprimere una
figura da tutti condivisa.
Se la comunità
internazionale "sponsorizzasse" chiaramente il Generale
Sulemayan, comandante delle Forze Armate, si darebbe
contestualmente un messaggio di stabilità con un candidato
non di parte e le LAF riprenderebbero quel prestigio
necessario per essere davvero "di tutti". Il tempo è
davvero poco, è necessario agire subito per non vanificare
quanto di buono ottenuto con la presenza dei caschi blu nel
sud del Paese.
In Libano gli spazi di manovra sono
oramai ridotti al minimo, girare la testa dall'altra parte
vorrebbe solo dire perdere il Paese e avere altri decenni
di assoluta instabilità nell'intero Medio Oriente. Fine
corsa, signori si scende...
Andrea Margelletti
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11/05/2008