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Il silenzio dell'Europa sul Libano

In una nazione multiconfessionale dove le cariche vengono assegnate con «cencelliana» precisione non è possibile perdere il filo della trattativa con tutti. Gli scontri di questi giorni sono parte dello stallo che il Libano sta vivendo da troppi mesi, il Parlamento è fermo e soprattutto non si elegge il Presidente della Repubblica, vero ago della bilancia.

Gli scontri provocati da Hezbollah devono essere letti proprio in questa chiave, quella di forzare la mano per ottenere un Presidente che non li isoli ma piuttosto ponga il «Partito di Dio» al centro della politica del Paese. Questo è il vero nocciolo della questione. Nel corso degli anni la comunità sciita, tradizionalmente la meno abbiente del Paese, si è rafforzata fino a rappresentare, con oltre il 30% della popolazione, la realtà demograficamente più rilevante.
Il premier Siniora, lo stesso che ha proclamato Hezbollah «movimento di resistenza nazionale» ha improvvisamente che i miliziani di Assan Nasrallah rappresentano uno Stato nello Stato, con reti di comunicazioni dedicate.
La scesa in strada dei guerriglieri di Dio ha dimostrato che gli uomini dalla gialla bandiera sono in grado di paralizzare la città, e non solo quella, come e quando vogliono. Bene ha fatto l'Esercito, nonostante i timidi tentativi del premier, a non avviare azioni di forza. Innanzitutto l'esito degli scontri avrebbe visto probabilmente le ancor deboli LAF, Lebanese Armed Forces, uscirne con le ossa rotte e in ultimo molte unità annoverano nelle proprie fila sciiti che avrebbero certamente non alzato le armi contro loro amici e parenti, rischiando così di spaccare l'esercito in fazioni religiose come all'alba della guerra civile degli anni Settanta. La crisi sta dimostrando come non sia possibile continuare su questa strada. Il Libano ha bisogno di stabilità e sta risentendo della "guerra" politica tra Stati Uniti e Iran. È vero che il dialogo tra Washington e Teheran è certamente difficile ma è oramai tempo di scelte coraggiose e lungimiranti, come fece il Repubblicano Nixon avviando la "politica del ping pong" con la Cina di Mao.
Per quanto siano alte le proteste delle dinastie sunnite dei piccoli e grandi Paesi del golfo è il momento di porre le basi per un dialogo futuro. Si possono non condividere le ambizioni iraniane di potenza regionale ma non si possono non comprendere. Il frutto malato dell'assenza del dialogo è una endemica instabilità nel sud dell'Iraq con i guerriglieri di al Sadr e la fortissima influenza iraniana nell'area di Herat, ove sono stanziati i nostri militari in Afghanistan. La terra dei cedri è da oramai trent'anni la palestra dei miliziani iraniani maggiormente oltranzisti. Occorre rompere questo giogo. Da una parte l'Europa con l'Italia leader, visto che in questo momento non vi è in Libano una Nazione verso la quale vi sono maggiori aspettative e aperture che il nostro Paese, dovrebbe avviare un concreto dialogo con tutte le realtà sciite. Questo ponendo però alcuni punti non negoziabili, come il riconoscimento di Israele, l'abbandono della lotta armata come parte del dialogo politico e la revisione dei rapporti con i soggetti iraniani e siriani contrari ad un processo di pacificazione. A fronte di questo si potrebbero avviare robuste iniezioni di Euro ed ulteriori concessioni politiche. I libanesi desiderano stabilità e ritornare a fare business. Occorre almeno provare.
Nel contempo se la stessa Europa non si adopererà per migliorare il dialogo USA/Iran, il solo immaginare stabilità in Iraq, Afghanistan e Libano equivarrà a svuotare l'Oceano con un cucchiaino da the...
Per questo è necessario intervenire per sbloccare la vicenda del Presidente Libanese. Gli schieramenti sono essenzialmente due, il blocco filo siriano con Hezbollah, Amal del vecchio volpone Berri e i cristiani maroniti del Generale Aoun. Dall'altra parte la coalizione vede i sunniti con il figlio di Hariri, più sopportato che supportato dai suoi, e i cristiani di Gemayel e Samir Gegea. Il quadro è sinceramente oscuro, nessuno dei due gruppi pare in grado di esprimere una figura da tutti condivisa.
Se la comunità internazionale "sponsorizzasse" chiaramente il Generale Sulemayan, comandante delle Forze Armate, si darebbe contestualmente un messaggio di stabilità con un candidato non di parte e le LAF riprenderebbero quel prestigio necessario per essere davvero "di tutti". Il tempo è davvero poco, è necessario agire subito per non vanificare quanto di buono ottenuto con la presenza dei caschi blu nel sud del Paese.
In Libano gli spazi di manovra sono oramai ridotti al minimo, girare la testa dall'altra parte vorrebbe solo dire perdere il Paese e avere altri decenni di assoluta instabilità nell'intero Medio Oriente. Fine corsa, signori si scende...
Andrea Margelletti

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11/05/2008










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