Più facile a dirsi che a farsi...
«La
verita è che abbiamo perso la capacità di comunicare perchè
ci dobbiamo misurare con un mondo adolescenziale che ha
pochi contatti con quello della nostra adolescenza. I
quindicenni di oggi hanno in mano strumenti, come i
telefonini e internet, che a noi erano e sono sconosciuti.
La difficoltà degli adulti è decodificare questo. Non
possiamo agganciarci all'esperienza e dunque dobbiamo
arrangiarci».
Ma tutti questi episodi di bullismo?
«Certe balorderie ci sono sempre state. Per i ragazzi
la trasgressione è un modo di misurarsi con il mondo
adulto. Più sei forte, più ti assicuri un posto nel mondo
dei grandi. E le dinamiche sono sempre le stesse: in ogni
classe c'è sempre uno zimbello da mettere a giro. Quello
che è cambiato è il metodo di trasmissione,
l'amplificazione degli eventi garantita da videofonini,
youtube e mezzi di comunicazione. I bulli si esaltano, le
loro prodezze finiscono addirittura in tv. E dunque alzano
il tiro. E poi c'è l'effetto contagio, la voglia di
emulazione, ecc».
I tragici fatti di Verona riportano
alla mente vecchi casi di violenza legata ad
un'appartenenza politica?
«Continuo a illudermi che si
tratta di frange. In una società le tensioni, le violenze,
l'esibizione della forza devono venire fuori da qualche
parte. E perseguire quello che è estraneo (magari perchè
veste o parla in maniera diversa) è un comportamento
comune. Meno clamore mediatico in questi casi sarebbe
preferibile. C'è il rischio di travisare la realtà dei
fatti, di strumentalizzarli, di "slatentizzare", brutta
parola usata in psicologia e che significa liberare
patologie finora silenti».
Cosa consigliare, allora, ai
poveri genitori
«Devono inculcare regole precise prima
dell'adolescenza, il che significa stabilire subito il
confine tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Insomma
le corbellerie possono scappare a tutti ma i ragazzi devono
comunque essere consapevoli di aver agito male».
La
famiglia s'arrabatta e la scuola che deve fare?
«È
ancora una questione di regole. Gli insegnanti devono
sapersi imporre sulla scolaresca con autorevolezza, che non
significa autorità. È un loro diritto e anche dovere.
Davvero bisogna arrivare a far fare un'ordinanza dal
ministro per impedire ai ragazzi di usare il telefonino in
classe?»
Ci sono pure le leggi dello Stato...
«Certe norme sono fatte apposta per deresponsabilizzare
le figure istituzionali come la famiglia e la scuola. È
proprio necessaria una legge che impone l'orario di
chiusura delle discoteche? Non sarebbe meglio che fossero i
genitori a dire ai propri figli a che ora devono rientrare?
Così li si rende inadeguati, inetti. Che ognuno faccia la
sua parte».
N.P.
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06/05/2008