I
problemi sollevati dagli agenti della Penitenziaria li
conosce bene.
«Abbiamo uno dei corpi di polizia
penitenziaria più importanti del mondo. Il rapporto è 1,1
detenuto per agente quando la media europea è di tre
detenuti per un agente. Non parliamo poi degli Stati Uniti
dove il rapporto è sette a uno. Quindi se dovessimo
uniformarci all'Europa dovremmo ridurre il personale di un
terzo».
Allora dov'è il problema?
«Succede che non
si riesce a governare il fenomeno. I penitenziari tra
l'altro sono scarsamente automatizzati. Negli Stati Uniti
due agenti gestiscono ascenori e porte di una struttura che
ospita 800 detenuti. Da noi serve un esercito. Poi c'è il
problema Nord Sud».
Anche in questo ambito?
«Succede che la stragrande maggioranza degli agenti
sono del Sud. Nell'ultimo concorso che è stato istruito
durante la mia gestione i concorrenti più a nord erano di
Napoli. Così si creano carenze di organici nelle carceri al
nord perché comprensibilmente cercano tutti di tornare
vicino casa. Ci vuole una forte volontà di arginare il
fenomeno. Mastella ha fatto un disastro agevolando al
massimo i rientri a casa. Il caso più eclatante che trovai
quando ero ministro fu un penitenziario in una regione del
Sud che aveva 40 agenti per meno di trenta detenuti».
Ma perché ai concorsi per la polizia penitenziaria non
partecipano concorrenti del Nord?
«È una questione di
immagine e di tradizione. La polizia penitenziaria e
l'Amministrazione dello Stato in genere sono due sbocchi
privilegiati per l'occupazione nelle regioni del Sud. Ma
anche questa mentalità va cambiando e va cambiata».
Ritornando all'organizzazione. Qual è la sua ricetta
per affrontare i problemi di gestione?
«In primo luogo
bisogna usare la massima severità. Quando si vince un
concorso, almeno per dieci anni non si deve poter cambiare
sede. Lo capisco che tra carovita, affitti e quant'altro,
diventa difficile ma capire non vuol dire lasciar fare.
Secondo, si devono automatizzare al massimo i penitenziari.
Terzo, gli agenti, come avviene anche per le altre forze di
polizia, vengono distratti in altre funzioni. Metà degli
agenti penitenziari sono impegnati nei trasferimenti dei
detenuti. Molti negli uffici. Altri usufruiscono di
permessi maturati per aver fatto ore straordinarie. Poi c'è
l'assenteismo endemico tra gli statali. Tutto ciò mette in
crisi l'apparato. È un lavoro di grande pazienza. Ci si
deve confrontare con le decisione del Tar al quale
ricorrono tutti coloro che non sono soddisfatti delle
decisioni prese. Ricordo che volevo trasferire il direttore
di un carcere perché combinava pasticci. Il Tar ha bloccato
tutto e il direttore è rimasto al suo posto. Ci vuole
volontà e determinazione. Ci sarà molto da lavorare,
Mastella ha sbracato tutto».
Un duro lavoro per il
prossimo inquilino del Ministero di via Arenula...
«È
un posto per una persona appassionata di queste tematiche.
Ci vuole un manager. Non un avvocato o un penalista. Non
che non siano all'altezza, ma il Ministero va gestito in un
altro modo. Il Dap (dipartimento affari penitenziari, ndr)
in particolare ha bisogno di grandi capacità di management
come se fosse un'azienda. Purtroppo succede che il ministro
delega a un direttore generale e questi quando si trova di
fronte a una serie di difficoltà si blocca. Tutti restano
prigionieri del sistema senza riuscire a risolvere nulla. E
lasciando fare si va avanti senza cambiare nulla».
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01/05/2008