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Tibet, ergastolo ai monaci della rivolta

NEW DELHI La Cina ha usato la mano dura nei confronti delle violenze in Tibet dello scorso marzo: il tribunale di Lhasa, capoluogo tibetano, ha condannato a pene da tre anni di reclusione all'ergastolo 30 attivisti tibetani, tra laici e monaci, per le manifestazioni anti-cinesi.


Ieri intanto è passata indenne anche per le vie di Ho Chi Minh, nel sud del Vietnam, la torcia olimpica, nel suo ultimo tratto di giro del mondo, prima di entrare domani in Cina.
In quello che si preannuncia come il primo di una serie di processi, la giustizia cinese ha condannato gli attivisti tibetani per aver ucciso 18 civili e per aver partecipato ai moti, durante i quali sono andati distrutti o seriamente danneggiati cinque ospedali, sette scuole, 120 case e 908 negozi, per un totale di 22 milioni di euro. In particolare, un monaco e un autista sono stati condannati al massimo della pena.
Intanto prosegue la diatriba tra il governo tibetano in esilio e Pechino sulle cifre delle vittime degli scontri del marzo scorso. Secondo la Central Tibet Administration (Cta), il governo tibetano in esilio in India, i morti sarebbero 203, i feriti oltre mille e 5.715 gli arrestati in Tibet dallo scorso 10 marzo, data di inizio delle proteste a Lhasa, al 25 aprile.
Più basse invece le stime riportate dalla stampa ufficiale di Pechino, per i quali i morti sarebbero in tutto 23, mentre sono 19 per Lhasa Radio. I feriti per i media cinesi sono 917, 405 per la radio; gli arrestati 2.226 per la stampa cinese mentre 1.397 per la radio della capitale tibetana.
Ieri Pechino, che insiste nell'indicare nel Dalai Lama il responsabile di tutti gli incidenti, ha di nuovo invitato il leader tibetano a scegliere la via del dialogo dopo aver auspicato un incontro formulato la settimana scorsa. Nessuna risposta da Dharamsala, in India, dove il Dalai ha tenuto una giornata di preghiera per le vittime degli scontri. La polizia cinese ha scoperto una fabbrica nel sud del Paese che produceva per tutto il mondo le bandiere del governo tibetano in esilio, al bando in Cina, ma che compaiono in tutte le proteste anticinesi e per la libertà del Tibet che costellano il giro del mondo della fiaccola olimpica verso i Giochi di Pechino 2008.
Dopo quella in Corea del Nord, ieri nuova tappa «tranquilla» per la fiaccola in avvicinamento alle Olimpiadi di Pechino. Sessanta tedofori hanno portato la torcia per una decina di chilometri fino allo stadio nei pressi dell'aeroporto di Ho Chi Minh, l'ex Saigon. La torcia è stata scortata da centinaia di agenti a piedi, in motocicletta, auto e minivan fra due ali di folla festante, nella quale c'erano molti cinesi, con bandiere rosse, striscioni e magliette che inneggiavano alla Cina.

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30/04/2008










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