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Ancora manifestazioni e scontri in Giappone. A migliaia lungo il percorso

Fiamma olimpica senza pace

La fiaccola olimpica ha superato ieri la prova giapponese di Nagano e si è spostata a Seul nella penisola coreana.
In Giappone, in un'atmosfera tesa, visto il livello di massima allerta del servizio d'ordine, le manifestazioni pro Tibet e diritti umani hanno registrato un bilancio di 5 arresti e quattro feriti, in gran parte risultato dei disperati assalti contro la fiamma o degli scontri e tafferugli che si sono ripetuti più volte nel corso delle quattro ore della staffetta di 18,7 chilometri tra le opposte fazioni.

Da una parte almeno tremila cinesi, in gran parte studenti con tanto di bandiera rossa, accorsi in favore di Pechino 2008 (cinquemila secondo l'agenzia Nuova Cina) e, dall'altra, i sostenitori del Tibet libero e della causa degli uighuri, la provincia occidentale autonoma dello Xinjiang (compresa tra Mongolia e Tibet) che chiede l'indipendenza da Pechino. In aggiunta, al grido di «via i cinesi» dal Sol Levante, sono scesi in campo gli estremisti di destra giapponesi esibendo il proprio miglior repertorio, anche fisico, «contro l'imperialismo comunista della Cina».
La fiaccola, partita in leggero anticipo dal blindatissimo parcheggio a poche centinaia di metri dal tempio di Zenkoji perchè i monaci buddisti si erano rifiutati di ospitarla per solidarietà con i fratelli tibetani (ai quali hanno dedicano oggi una sessione di preghiere), è pressochè sparita agli sguardi della folla accorsa comunque numerosa (malgrado i temuti disordini) a seguire la manifestazione tra eccezionali misure di sicurezza. Oltre centro agenti, di cui 5 in tenuta speciale antisommossa, a formare un muro risultato invalicabile, e altri 3.000 mobilitati ai margini del tragitto, più agenti in moto e un furgone a fare da ariete davanti al corteo olimpico.
Disponibile ad un incontro con la Cina purchè il dialogo «sia serio»: questa la risposta del Dalai Lama, al suo rientro in India dal viaggio negli Stati Uniti, all'offerta di un incontro in tempi ravvicinati con suoi emissari fatta nei giorni scorsi dalla Cina e salutata subito con favore dall'Ue, dagli Stati Uniti e da singoli paesi europei come Francia, Gran Bretagna e Germania.
« Anche se non abbiamo ancora avuto informazioni precise da Pechino, è una buona cosa parlare - ha detto il Dalai Lama - Vogliamo però discussioni serie su come placare i risentimenti dei tibetani e un esame approfondito del problema Tibet. Un incontro mirato solo a tranquillizzare l'opinione pubblica internazionale non servirebbe». Il Dalai Lama, incontrando la settimana scorsa negli Stati Uniti gruppi di studenti cinesi, si era intrattenuto con loro a parlare della situazione in Tibet, insistendo sul fatto che la piena verità su quanto accaduto non è ancora venuta alla luce.

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27/04/2008










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