Ahmadinejad, che parlava durante una visita ad
una esposizione sull'industria petrolifera e petrolchimica,
ha inoltre addossato ai governi e alle compagnie
petrolifere occidentali gran parte dei disagi provocati ai
consumatori dall'impennata dei prezzi nelle economie
industrializzate, tra le quali dunque l'Italia. Con la
vendita del greggio, ha detto, essi «vogliono fare più
soldi dei Paesi produttori». «Questo - ha avvertito - è uno
spirito di arroganza ed egoismo che presto finirà».
«Alcuni - ha detto il presidente iraniano riferendosi
ai maggiori Paesi consumatori - pensano che il petrolio
appartenga a loro e che nei Paesi produttori venga solo
conservato per loro. Per questo cercano di averlo a prezzi
bassi, ma quando lo forniscono alle loro popolazioni fanno
più soldi dei Paesi produttori». Un'accusa implicita,
dunque, contro i guadagni delle compagnie ma anche contro
la speculazione e le tasse imposte sui prodotti raffinati,
come la benzina.
Proprio da domani a Roma si riuniscono
tutti i grandi paesi produttori e i principali player del
settore energetico che partecipano alla due giorni
dell'Energy Forum. Sul tavolo le tensioni, sempre
crescenti, dei mercati internazionali, le quotazioni del
barile e del gas, la sicurezza energetica.
Il greggio
iraniano, e in generale quello dei Paesi Opec, la cui
produzione copre circa il 40 per cento del fabbisogno
mondiale, viene venduto ad un prezzo inferiore rispetto al
«light sweet crude» quotato a New York, che ieri ha toccato
i 117 dollari al barile. Secondo gli ultimi dati dell'Opec,
il prodotto della Repubblica islamica, di qualità
inferiore, è stato venduto in media a 96,68 dollari al
barile nel mese iraniano tra il 20 febbraio e il 20 marzo
scorsi, periodo in cui il greggio sul mercato statunitense
è arrivato quasi a 112 dollari.
Calcolare il valore
reale dei prezzi basandosi sulla moneta americana è
comunque, secondo il presidente iraniano, un'operazione
«ingannevole», a causa della svalutazione del biglietto
verde. Tale fenomeno non sembra tuttavia sufficiente a
coprire gli svantaggi per i mercati europei. Infatti, se è
vero che negli ultimi cinque anni l'euro si è rivalutato
del 45 per cento sul dollaro, il prezzo del petrolio - in
dollari - è salito di oltre il 300 per cento.
Ma
secondo Ahmadinejad c'è un altro fattore che contribuisce a
ridurre i vantaggi per gli esportatori: quello
dell'inflazione importata con i prodotti acquistati dai
Paesi più avanzati, sul cui aumento incidono i costi delle
fonti di energia.
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20/04/2008