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TRAFFICI I soldi provenienti dallo spaccio della cocaina finivano in Svizzera passando per la capitale Il giro d'affari supera i 600 milioni di dollari. Diciannove gli arresti della Dia e della Finanza

Denaro riciclato davanti a Palazzo Chigi

Augusto Parboni
a.parboni@iltempo.it
Erano convinti che nessuno li avrebbe mai scoperti. Tanto da far transitare centinaia e centinaia di milioni di dollari proprio di fronte a Palazzo Chigi, nella sede di una delle tante società «fantasma» con gli uffici a Roma, in piazza Colonna, a pochi metri anche dal Parlamento.


Un giro d'affari enorme, basato soprattutto sul traffico internazionale di cocaina proveniente dal Sudamerica. Soldi che venivano poi riciclati in Svizzera dall'organizzazione mafiosa debellata la scorsa notte dalla Direzione investigativa antimafia e dalla Guardia di Finanza.
Al termine dell'operazione sono state emesse 19 ordinanze di custodia cautelare con le accuse, a seconda delle posizioni processuali, che vanno dall'associazione mafiosa al riciclaggio, dal trasferimento fraudolento di valori all'insider trading, fino ad arrivare all'aggiotaggio.
Coinvolti nell'inchiesta gli esponenti di spicco del clan mafioso Rizzuto, organico alla storica famiglia di narcotrafficanti Cuntrera Caruana, che operavano in Canada, Francia, Svizzera, Milano, Vicenza, Bologna, Verona, Firenze, Bari, Reggio Calabria, Catanzaro, Agrigento e Roma. E proprio qui, a poche decine di metri dalla sede del governo, sarebbero avvenute le maggiori transazioni illecite di denaro. E sempre nella Capitale, secondo quanto accertato nel corso delle indagini, coordinate dal procuratore distrettuale antimafia di Roma Italo Ormanni, che ha lavorato in collaborazione con il responsabile della Finanza di Roma Paolo La Forgia e il collega di Milano Virgilio Pomponi, avvenivano incontri tra i boss dell'organizzazione in lussuosi alberghi.
Tra le 19 persone raggiunte dal provvedimento restrittivo, emesso dal gip di Roma, anche Vito Rizzuto e il padre, Nick, classe '24, coinvolto durante gli anni '80 nell'inchiesta sulla mafia «Pizza connection». Di fronte a Palazzo Chigi c'era la sede della società «Made in Italy spa», che, insieme con «Made in Italy inc.», presieduta da Mariano Turrisi, anche lui arrestato, riciclava centinaia e centinaia di milioni di dollari attraverso il conosciuto sistema delle scatole cinesi, denaro che proveniva proprio dal traffico di droga. La sostanza stupefacente, in base a quanto accertato dagli investigatori italiani e stranieri, veniva comprata in Venezuela e poi importata in Italia nascosta in pelli bovine non conciate: uno stratagemma che serviva, per l'odore degli acidi, a evitare che i cani antidroga riuscissero a individuarla. Gli inquirenti sono riusciti così a bloccare il riciclaggio di ben 600 milioni di dollari. Nei guai sono finiti anche due funzionari di banca del Veneto, finiti ai domiciliari, che avevano il compito di depositare in due conti aperti a Lugano, chiamati «Olio 1» e «Olio2», il denaro accumulato dall'organizzazione, anche grazie a speculazione in Borsa. La banda provvedeva infatti a vendere titoli falsi legati all'estrazione in Canada di minerali prezioni. «L'indagine è nata nel 2004 - ha detto il procuratore Ormanni - ai tempi dell'operazione "Brooklin", quando abbiamo indagato sul concorso per la costruzione del ponte sullo stretto di Messina».









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