Un giro
d'affari enorme, basato soprattutto sul traffico
internazionale di cocaina proveniente dal Sudamerica. Soldi
che venivano poi riciclati in Svizzera dall'organizzazione
mafiosa debellata la scorsa notte dalla Direzione
investigativa antimafia e dalla Guardia di Finanza.
Al
termine dell'operazione sono state emesse 19 ordinanze di
custodia cautelare con le accuse, a seconda delle posizioni
processuali, che vanno dall'associazione mafiosa al
riciclaggio, dal trasferimento fraudolento di valori
all'insider trading, fino ad arrivare all'aggiotaggio.
Coinvolti nell'inchiesta gli esponenti di spicco del
clan mafioso Rizzuto, organico alla storica famiglia di
narcotrafficanti Cuntrera Caruana, che operavano in Canada,
Francia, Svizzera, Milano, Vicenza, Bologna, Verona,
Firenze, Bari, Reggio Calabria, Catanzaro, Agrigento e
Roma. E proprio qui, a poche decine di metri dalla sede del
governo, sarebbero avvenute le maggiori transazioni
illecite di denaro. E sempre nella Capitale, secondo quanto
accertato nel corso delle indagini, coordinate dal
procuratore distrettuale antimafia di Roma Italo Ormanni,
che ha lavorato in collaborazione con il responsabile della
Finanza di Roma Paolo La Forgia e il collega di Milano
Virgilio Pomponi, avvenivano incontri tra i boss
dell'organizzazione in lussuosi alberghi.
Tra le 19
persone raggiunte dal provvedimento restrittivo, emesso dal
gip di Roma, anche Vito Rizzuto e il padre, Nick, classe
'24, coinvolto durante gli anni '80 nell'inchiesta sulla
mafia «Pizza connection». Di fronte a Palazzo Chigi c'era
la sede della società «Made in Italy spa», che, insieme con
«Made in Italy inc.», presieduta da Mariano Turrisi, anche
lui arrestato, riciclava centinaia e centinaia di milioni
di dollari attraverso il conosciuto sistema delle scatole
cinesi, denaro che proveniva proprio dal traffico di droga.
La sostanza stupefacente, in base a quanto accertato dagli
investigatori italiani e stranieri, veniva comprata in
Venezuela e poi importata in Italia nascosta in pelli
bovine non conciate: uno stratagemma che serviva, per
l'odore degli acidi, a evitare che i cani antidroga
riuscissero a individuarla. Gli inquirenti sono riusciti
così a bloccare il riciclaggio di ben 600 milioni di
dollari. Nei guai sono finiti anche due funzionari di banca
del Veneto, finiti ai domiciliari, che avevano il compito
di depositare in due conti aperti a Lugano, chiamati «Olio
1» e «Olio2», il denaro accumulato dall'organizzazione,
anche grazie a speculazione in Borsa. La banda provvedeva
infatti a vendere titoli falsi legati all'estrazione in
Canada di minerali prezioni. «L'indagine è nata nel 2004 -
ha detto il procuratore Ormanni - ai tempi dell'operazione
"Brooklin", quando abbiamo indagato sul concorso per la
costruzione del ponte sullo stretto di Messina».