Il presidente degli Stati Uniti George W. Bush ha
telefonato all'omologo turco Abdullah Gul per assicurargli
l'impegno americano a cooperare per combattere contro i
ribelli curdi del Pkk.
«Siamo pronti ad osservare un
cessate il fuoco se l'esercito turco cesserà di attaccare
le nostre postazioni, rinuncerà ai suoi piani di incursione
e si impegnerà per la pace», afferma la dichiarazione del
Partito dei lavoratori del Kurdistan su un suo sito in
Internet. Oggi il ministro degli esteri Ali Babacan vola a
Baghdad per un estremo tentativo di persuadere gli iracheni
ed in particolare i curdi nordiracheni ad un'azione
congiunta anti Pkk, che è il vero obiettivo di Ankara, il
cui governo sta resistendo alle pressioni interne per
un'immediata incursione in Nord Irak e privilegia la via
diplomatica. Da giorni Ankara da un lato minaccia
un'incursione in Nord Iraq per distruggere le locali basi
del Pkk; dall'altro, tesse una vasta azione diplomatica
mirante ad ottenere un' azione anti-Pkk congiunta
(Usa-Iraq-curdi iracheni-Turchia) ed ostenta la moderazione
chiestagli dalla comunità internazionale: dall'Onu, alla
Nato, agli Usa, alle diplomazie europee. Seguendo questa
linea l'altro ieri Ankara ha reagito all'ennesimo
sanguinoso attacco del Pkk, scegliendo di rinviare la
minacciata invasione del Nord Iraq e limitandosi a
bombardare zone non abitate in Nord Iraq (senza perciò
provocare vittime) e ad inseguire i 200 terroristi del Pkk
che avevano attaccato i militari turchi ad Hakkari,
uccidendone 34 e - ha ammesso ieri Ankara - rapendone otto.