Nel vuoto legislativo che sovrasta le conseguenze estreme
della libertà di cura, è toccato alla Cassazione fissare i
paletti entro i quali è riconosciuto ai malati senza
speranza e senza coscienza che - come Eluana Englaro - non
hanno mai creduto nel valore assoluto della vita, il
diritto «di perdere la salute, di ammalarsi, di non
curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza
secondo i propri canoni di dignità umana, finanche di
lasciarsi morire».
Diversamente da Piergiorgio Welby e
Giovanni Nuvoli che erano in grado di esprimere la loro
volontà, Eluana - alla quale si riferiscono le motivazioni
con le quali ieri la Cassazione ha detto «sì» «a un nuovo
processo innanzi alla Corte di Appello di Milano» che dovrà
rivedere il «no» al distacco del sondino nasogastrico - è
in stato vegetativo dal 1992 - in seguito ad un incidente
stradale ed è alimentata e idratata artificialmente.
Adesso la Cassazione - sentenza 21748 - ha dato ragione
alla battaglia condotta da Beppino Englaro, il padre che
non si è mai arreso al fatto che sua figlia viva in maniera
contraria alle convinzioni espresse prima dell'incidente
quando, andando a trovare un ragazzo in coma, aveva detto
alle amiche che mai avrebbe voluto vivere di vita
artificiale. Sarà ora una diversa sezione della Corte di
Appello di Milano a riaprire l'istruttoria che potrebbe
portare al rispetto dei desideri di Eluana.
Immediata
la reazione della Chiesa. «Noi vescovi ribadiamo la difesa
della vita sempr - ha detto il segretario della Cei, mons.
Giuseppe Betori -. Noi ribadiamo la difesa della vita fino
alla sua naturale conclusione e il riconoscimento
dell'idratazione indotta come diritto della persona alla
vita e non come accanimento terapeutico».
Anche Forza
Italia, con le dichiarazioni di Enrico La Loggia e Domenico
Di Virgilio, si sono dichiarati allarmati dalla decisione
della Cassazione di riaprire il caso.