Quando a sera tornava nella sua casetta di East Elmhurst, nel Queens, mascherava la stanchezza rassettando le stanze e preparando la cena per suo marito William. Lo aveva tirato fuori dall'alcolismo, e per loro non c'era felicità più grande che addormentarsi davanti alla tv con la piccola trasgressione di una cucchiaiata di gelato di troppo. Ogni cosa, in quel matrimonio, pareva finalmente avere un suo posto: nelle anime dei signori Cintron, nei loro armadi, nei loro progetti. Ma quella mattina Edna vide improvvisamente il mostro del Caos farsi strada sotto di lei, al 97mo piano della Torre Nord, dove lavorava nel reparto amministrativo del Marsh & McLennan. Udì un rombo primordiale, avvertì lo squasso, osservò le carte volare ovunque, cercò di non registrare le grida dei suoi colleghi atterriti. Mentre tutti fuggivano, per istinto, nella direzione opposta, lei si fece largo verso la ferita aperta nel grattacielo, e guardò giù, aggrappata all'idea che quella non fosse realtà, e che bastasse rimettere a posto i documenti, spolverare la scrivania, riaccendere il computer. Restò a osservare la Plaza con la scultura di Pomodoro, infinitamente più in basso, cercò con gli occhi la statua della Libertà. Poi sparì, dentro a una nuvola, assieme ad altre 2.749 persone. Nessuno, più di cinque anni dopo, ha spiegato in che modo Edna Cintron abbia potuto compiere il percorso a ritroso dentro la Torre devastata dagli incendi. Per i dietrologi, il fotogramma che immortala la 46enne bionda impiegata di origine portoricana in quella assurda posizione, è una delle «prove» che a far crollare i due giganti del World Trade Center non furono gli impatti degli aerei: gli incendi innescati dal carburante sarebbero stati più contenuti di quanto ipotizzato dall'esterno. Così, magari, anche le teorie della "demolizione controllata" o di missili sparati da qualche F-16 al disperato inseguimento dei Boeing dirottati non apparivano poi del tutto infondate. Ma come sia andata davvero, quell'11 settembre, lo saprà forse la prossima generazione. In "Mao II", un romanzo del 1991, Don De Lillo affidava a due personaggi il sentimento dei newyorchesi sulle Torre Gemelle, allora non ancora insidiate dagli attentati: per quegli edifici si poteva provare affetto, ammirazione, orgoglio, ma anche insondabile angoscia. Smisurati oggetti che affermavano un'eloquenza delle cose, che si dicevano qualcosa tra loro, in gergo, e non se ne afferrava bene il significato. Forse la Torre "maschio" (quella con l'antenna) si limitava a dire "Buona giornata" alla sua compagna d'acciaio. Chissà cosa le avrà sussurrato, in quel mattino che pareva glorioso, nell'ultimo scampolo dell'estate del 2001. Di certo, 48 ore più tardi, i soccorritori che si ammucchiavano sopra le macerie avevano già estratto l'ultimo sopravvissuto, il sergente della Port Authority John McLoughlin, e i cani poliziotto iniziavano a provare stress e frustrazione: da lì sotto non arrivavano più segni di vita, e gli addestratori erano costretti a risollevare il morale degli animali inscenando falsi ritrovamenti di esseri umani, in salute e relativamente allegri. Ma anche quelli che parevano sbriciolati per sempre dal collasso degli edifici continuano a reclamare visibilità, riemergendo a pezzi dal cantiere-santuario di Ground Zero. Al 130 di Liberty Street, sul margine sud della voragine, squadre di operai smantellano in modo certosino il palazzo già sede della Deutsche Bank, danneggiato irrimediabilmente quell'11 settembre. Lo smontano piano piano, prima dall'interno, poi con interventi sulla facciata: contano di farcela per la fine del 2007. Ma ogni giorno lì dentro ritrovano ossa, parti di braccia, di gambe, oggetti appartenuti alle vittime: ce ne sono ancora più di mille in attesa di identificazione. O più drasticamente di rimaterializzarsi, in qualunque forma plausibile, prima che la riprogettazione della zona del Wtc li riduca al puro stato di nomi, all'aerea impalpabilità della memoria, tra la nuova Freedom Tower disegnata da Liberskind e le