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IL FUTURO DELL'ITALIA

Il Pd compie nove anni A torte in faccia

Dal 2007 è stato un susseguirisi di liti, addii e coltellate alle spalle. Sei padri «fondatori» se ne sono andati

Il Pd compie nove anni A torte in faccia

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Ma che baraonda, questo Pd! E che nemesi storica, rumorosa, dove i piatti che volano si infrangono assieme alla sbandierata grande vocazione maggioritaria delle origini. Anima di una nuova sinistra che, stando al famoso discorso di Walter Veltroni il 27 giugno 2007 al lingotto di Torino, avrebbe dovuto nascere «dalla confluenza di grandi storie politiche, culturali, umane».
Parole che risuonano quasi beffarde, oggi, mentre assistiamo alla guerra della sinistra contro Renzi, al tentativo di riscossa del rottamato D’Alema, al ritorno sulla scena mediatica di Ignazio Marino che, assolto dal suo guaio giudiziario, fa pagare i suoi scontrini con gli interessi a quel partito che lo disarcionò dal Campidoglio con tanta facilità.
Il Pd farà nove anni giovedì: era poco prima di mezzanotte, il 14 ottobre 2007. Fu quella la data di nascita ufficiale, con l’annuncio della vittoria alle primarie di Walter Veltroni, primo segretario con il 75% dei consensi. Ma tutto cominciò quattro mesi prima, in quel lungo discorso di 100 minuti in cui Veltroni, allora sindaco di Roma, provava a tracciare le fondamenta di un partito in grado di rappresentare le varie anime territoriali, generazionali, economiche del Paese. Tanto che Crozza, calcando la mano sull’abbraccio degli opposti, produsse la famosa caricatura del «ma anche». La sortita di Veltroni fu vista come uno scossone alla già debole leadership di Prodi, che arrancava al governo con una maggioranza da contare sulle dita di una mano. Ma non è tanto quello a risaltare. Piuttosto è il vorticare di nomi, strappi e stravolgimenti che questo partito ha vissuto nei suoi nove anni di vita. A partire dal suo comitato promotore, 45 componenti provenienti dalle sue colonne politico-culturali. Scorrendoli si scopre una costante cupio dissolvi.
Francesco Rutelli, fondatore del Pd da leader della Margherita, se ne andò dopo la vittoria di Bersani nel congresso come segretario, e fondò Alleanza per l’Italia. Attualmente è fuori dalla politica istituzionale ma è promotore di molte iniziative culturali.
Romano Prodi si è da tempo sfilato dalle dinamiche del Pd, e pare che non ne voglia sapere di essere coinvolto nella campagna referendaria. L’irruzione di Renzi sulla scena del partito non gli ha portato bene per una volta e mezzo: la prima, quando nel 2013 la sua candidatura alla Presidenza della Repubblica (voluta da Bersani) fu devastata da 101 franchi tiratori. E l’altra mezza volta quando il suo nome per il Colle fu sul tavolo anche a gennaio 2015, ma non entrò nemmeno in partita.
Destino analogo per Giuliano Amato, anch’egli gettato, con esito infausto, nel tritacarne delle ultime due tornate per il Colle. Sempre del comitato promotore faceva parte Lamberto Dini, che nel 2008 fu eletto al Senato, ma con il «nemico» Berlusconi. Uscì dal Pd anche Agazio Loiero, già presidente della Calabria e poi ha fatto armi e bagagli per la Mpa di Raffaele Lombardo.
Altro addio eccellente quello di Sergio Cofferati, uscito nel 2015. È uscito addirittura dalla politica Marco Follini, entrato nel Pd provenendo dal centro (formazione democristiana, era stato segretario dell’Udc): oggi è presidente dell’Associazione Produttori Televisivi. Al di là del paradosso del comitato promotore, ve ne sono altri. Per esempio che il partito a «vocazione maggioritaria» non è stato in grado, in nove anni, di vincere le elezioni politiche. Nel 2008 Walter Veltroni (alleato soltanto dell’Idv) uscì sconfitto dalla coalizione Pdl –Lega di Silvio Berlusconi. Nel 2013, Pierluigi Bersani, che aveva vinto le primarie davanti a Renzi, alla guida della coalizione Italia Bene Comune, di cui facevano parte Pd e Sel, non riuscì ad ottenere la maggioranza per governare in maniera autonoma e da lì partì un travaglio di due mesi fino al governo di Enrico Letta, che visse in costante affanno. Fin quando Renzi, uscito vittorioso alle primarie alla fine del 2013, non gli staccò la spina con un’operazione tutta interna al partito e conquistò la poltrona di Palazzo Chigi.
Capitolo segretari. In nove anni se ne sono succeduti ben cinque, con passaggi di consegne non privi di traumi. Walter Veltroni, nel febbraio del 2009, se ne andò dopo che il suo candidato in Sardegna, Renato Soru, aveva perso le regionali. L’Assemblea costituente incensò Dario Franceschini, che era il numero 2 di Veltroni («vicedisastro», lo definiva velenoso Renzi allora in corsa per Palazzo Vecchio a Firenze) con mandato di transizione fino al congresso e le primarie d’autunno, che furono vinte da Pierluigi Bersani. Anche la sua leadership finì in maniera dolorosa: dopo la non vittoria alle politiche del 2013, l’abbattimento del suo candidato al Colle Romano Prodi, l’impasse nella formazione di un governo di larghe intese, alzò bandiera bianca. A quel punto l’Assemblea Nazionale diede l’incarico di segretario a Guglielmo Epifani, fino alle primarie che si svolsero nel dicembre di quell’anno, da cui uscì vittorioso Matteo Renzi, staccando Gianni Cuperlo e Giuseppe Civati. A proposito di primarie. Panacea di tutti i mali per la scelta della classe dirigente o guazzabuglio all’italiana? Stando alla cronaca del Pd, più la seconda che la prima. Dove il colore di mescola al sospetto. Già nel 2009, quando Bersani vinse contro Franceschini per la segreteria, gli attivisti dalla parte del secondo segnalarono che in Liguria, sui fac-simili utilizzati per spiegare le modalità di voto, era pre-stampato il nome di Bersani. Anche Napoli, per le comunali, ebbe parecchi guai: nel 2011, quando le accuse di brogli portarono addirittura all’annullamento della consultazione; quest’anno, la polemica esplose per una presunta storia di soldi dati davanti ai seggi (circostanza documentata da alcuni video) per invogliare a votare la renziana Valeria Valente. Antonio Bassolino, uscito sconfitto dalla sfida, presentò ricorso, respinto. E proprio per primarie «maledette», alle regionali liguri, se ne andò dal Pd Sergio Cofferati, uscito sconfitto in una valanga di polemiche su presunti brogli e partecipazioni cammellate di cinesi.
Storia multietnica che fa il paio con l’afflusso ai seggi dei rom a Roma nel 2013, nelle primarie vinte da Ignazio Marino. Che, ha detto, non ha rinnovato la tessera Pd del 2016 essendo in pausa di riflessione. Invece hanno definitivamente rotto personalità come Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Corradino Mineo, Alfredo D’Attorre. E il sogno di un grande partito di centrosinistra è solo un ricordo.

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