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Le comiche sul Colle più alto della Repubblica

Lo show di Berlusconi dopo le consultazioni con Mattarella

Le comiche sul Colle più alto della Repubblica

È più forte di lui. Non ce la fa, non ci riesce proprio. Anzi, non ne vuol proprio sapere d’uscire di scena, d’esser messo da parte, di recitare ruoli da gregario, di cedere la scena pubblica e televisiva al capo delegazione che avrà pur preso più voti di lui ma che rispetto a lui – pensa Silvio nostro – conta come la plebaglia romana per il Marchese del Grillo. Perché io so io e Salvini non è un capo. Conto io, lui non conta. E infatti Lui tira fuori se stesso in diretta tv dal Quirinale e conta, eccome se conta: uno, due, tre, quattro, cinque a scandire con le dita i punti programmatici che il leader della Lega intanto legge dal comunicato congiunto  post Mattarella.

Se la conta e se la suona rovinando in pochi secondi quanto di buono sta facendo da settimane il Successore, mandando all’aria gli sforzi e le rinunce messe sul piatto dall’alleato promosso nell’urna. La mimica facciale ha come destinatari chi l’ha già dato per morto e chi lo vuole mandare all’altro mondo insistendo a non volerlo fra i piedi perché brutto, sporco, corrotto e mafioso. Lui c’è e ci fa, detta i tempi dell’intervento in cravatta verde da Giussano. Si prende le telecamere, gigioneggia, arriva primo per introdurre Salvini, sbuffa al sol sentire che il premier incaricato sarà “una personalità indicata dalla Lega” come da accordi precedenti. Dice la prima e soprattutto l’ultima parola allorché il capo della coalizione saluta e se ne va con la Meloni. Si spengono i riflettori ma Lui è ancora lì, di nuovo lì, non s’è mai mosso da lì.

Stavolta è da solo ai microfoni del Colle, pronto a sfasciare tutto, a ridimensionare aperture e chiusure del fin toppo paziente Salvini, a frantumare la sbandierata unità granitica del centrodestra perché Lui è Lui, perché o con me o mai senza di me. Come le vecchie Brigate rosse, Silvio pretende un riconoscimento politico dal nemico che gli dà del veto vivente: “Mi raccomando, fate i bravi – arringa solo soletto ai giornalisti rimasti - sappiate distinguere chi è un democratico e chi non conosce neppure l'abc della democrazia. Sarebbe ora di dirlo chiaramente a tutti gli italiani”. Parla ad alleati affinché intendano i grillini cooptati da Salvini. E come sempre da un quarto di secolo, il mondo si divide in chi ne parla bene, in chi peggio possibile. E’ una macchietta, ormai. Macché, è il fuoriclasse di sempre. La sensazione è che stavolta i primi siano in maggioranza, e pure chi gli perdona sempre tutto stavolta alza le mani. Vederlo ridotto così fa male e non fa ridere. Berlusconi non è un buffone, non è soprattutto Buffon: poteva/doveva uscire meglio dalla partita di fine carriera. Contento lui ma peggio per noi che avevamo apprezzato il cambio di testimone in nome e per conto di un centrodestra ritrovato.

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