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LA LETTERA APERTA

Signor Capo della polizia
stia attento a chi vi odia

Dallo scivolone sulla tortura ai numeri sui caschi: il direttore Gian Marco Chiocci scrive a Franco Gabrielli

Signor Capo della polizia stia attento a chi vi odia

Il capo della Polizia Franco Gabrielli

Signor Capo della polizia, anzi caro Franco. Per la conoscenza antica che ci lega mi perdonerai l'uso del tu che semplifica il tutto. Come sai bene sono stato sempre al tuo fianco soprattutto quando - per dire- ti criticavano per il carrierismo in polizia, l'ascesa troppo veloce ai vertici dei servizi segreti, l'incapacità di essere come Bertolaso alla protezione civile nel gestire le emergenze e pure le polemiche, tipo le previsioni meteo a Roma che portarono Alemanno a farsi immortalare con la pala nella neve dei marciapiedi di Roma. In pubblico e in privato, ovviamente a tua insaputa, mi sono speso per te ricacciando indietro le invidie tipiche di certi salotti prefettizi e di tuoi colleghi meno capaci che limitavano le tue innegabili capacità ai trascorsi giovanili accanto a vecchi arnesi democristiani, peraltro ancora in auge. Ricorderai quando, nei convegni organizzati da sindacati di "destra", mi sono sperticato in lodi perché la base delle divise blu sentiva l'ebbrezza di avere un vero Capo, certamente diverso dal predecessore poco amato per l'abitudine a scaricare - e a definire «cretini» - i poliziotti non ancora indagati e già condannati a mezzo stampa. Ho condiviso le tue scelte sulle curve chiuse allo stadio così come tante altre battaglie.

Piacevi perché avevi coraggio, carattere, e perché t'incazzavi facile. Ora starai pensando: e questo ora dove vuole arrivare? Tutta 'sta premessa per dire? Che significa? Significa che ultimamente non solo io faccio una grandissima fatica a seguirti. Significa che improvvisamente qualcosa, non so cosa, è successo. Ci sbaglieremo ma appari diverso dall'uomo che ci ha messo spesso la faccia per difendere gli uomini e le donne della polizia di Stato. Le tue ultime uscite pubbliche hanno spiazzato non solo noi ma le tante divise che vedono nel Tempo il loro giornale di riferimento, perché li difende sempre e comunque quando il resto mondo gli spara regolarmente contro.

E dunque, caro Franco, andiamo all'intervista destabilizzante «nel lessico, nelle espressioni usate e nel linguaggio» - per dirla con Giro di Forza Italia - sul G8 di Genova rilasciata a Repubblica, quotidiano sempre in prima fila nei plotoni d'esecuzione degli uomini che tu rappresenti. A che pro quelle parole? Perché infierire (e peccare di stile) su un predecessore come De Gennaro ormai fuori dai giochi e già consegnato alla storia come il responsabile numero uno del casino di Genova? Che bisogno c'era, tre lustri dopo, di sottolineare che al posto di De Gennaro (tu che a Genova «fortunatamente non c' eri») ti saresti dimesso quando l' ex capo della polizia effettivamente le dimissioni le inoltrò al ministro Scajola? Perché un simile attacco sfociato in un boomerang? Perché dare l'idea di una polizia ancora divisa fra buoni e cattivi, democratici e non, colpevoli e scampati? Nell'intervista rifuggi l'idea di una magistratura politicizzata ma hai idea del clima che si respirava a Genova prima, durante e dopo il processo? Leggevi i giornali? Guardavi la tv? Nessuno parlava, e nessuno compreso te parla oggi, di Genova distrutta da migliaia di belve impunite, con centinaia di agenti e carabinieri feriti, mezzi in fiamme, danni alla città per centinaia di milioni di euro. No, ora come allora, si discute ancora di «polizia cilena» e «macelleria messicana».

Prova a parlare con i poliziotti meno fortunati dite, che al G8 c'erano e ancora non dormono la notte. Fatti raccontare dall'agente (condannato) Nucera la coltellata ricevuta alla Diaz. Fai mente locale sulla decapitazione dei massimi vertici dell'antimafia e dell'antiterrorismo che fece gioire Cosa Nostra o le Brigate Rosse. Fatti raccontare da chi ha rischiato di perdere la vita e in subordine il lavoro. E soprattutto, nel tuo sforzo di «costruire una memoria condivisa» (cosa impossibile in Italia se pensi a come stiamo messi oggi col fascismo, 70 anni dopo) attraverso - sono parole tue - «una polizia che non ha e non deve paura» delle proposte care al Partito dell'antipolizia. E cioè, i numeri identificativi sui caschi degli agenti (alimentando così le false denunce di chi odia le divise, obbligando i suoi uomini a fare un passo indietro) e la legge capestro sulla tortura (sai bene a cosa andranno incontro i tuoi uomini).

Caro Franco, perché arrivare a tanto? Certa memoria è impossibile da condividere, e lo sai bene perché tu giri tra i reparti mobili, t'informi coi ragazzi delle volanti, ben conosci la vita dei commissariati. E dunque, alla luce di certe tue espressioni, domandati perché ad applaudire all' intervista hai trovato solo vecchi arnesi antagonisti, i sindacati più rossi di polizia, il papà di Carlo Giuliani.

Tu che sei davvero persona dabbene cerca di calibrare meglio le parole, non tradire l'orgoglio dei tuoi uomini, difendili da quella parte di Parlamento che li detesta. E poi anziché riaprire vecchie ferite battiti per non farle più sanguinare pretendendo, per fare un esempio, le telecamere sulle divise e sulle auto degli agenti a tutela non solo dei poliziotti ma anche di chi poi si guarderà bene dall'inventarsi accuse come accaduto recentemente a un gentleman dei centri sociali in quel di Padova.
Perché poi con la rabbia monta lo sconforto, l'avvilimento, la delusione. Tant'è che la rapidità con la quale hai pubblicamente tagliato le gambe al collega che stupidamente ironizzava via social sulla Boldrini, se ti fai un giro su Facebook rischia ora di alimentare nuove contrapposizioni oltre a quel senso di frustrazione che è ormai contagiante e deleterio per tutti, polizia e antipolizia. Da persona esterna al Dipartimento di polizia, da «amico» disinteressato, da punto di riferimento mediatico di tantissimi poliziotti che qui al Tempo difendiamo apre scindere perché spesso, proprio a prescindere, i vertici della Ps erano soliti sacrificarli a furor di popolo, ti chiedo di far parlare ifatti più di certe parole facilmente strumentalizzabili (sorvoliamo per carità di Dio su quello che hai detto ieri a proposito della «corruzione mafiosa»). Lascia stare la memoria condivisa, stai lontano dalla politica. Passa alla Storia. Eri, anzi sei, un bravo Capo. Un vero Capo. «È uno di noi», dicevano in tanti quando ti sei insediato.

Fai qualcosa affinché i servitori dello Stato e i cittadini che li amano non abbiano oggi alcun dubbio.

Con affetto, tuo Gian Marco (Chiocci)

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