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Riduzione dei tempi di attesa riguardanti i pagamenti della pubblica amministrazione (che provocano una reazione a catena per cui molte imprese sono costrette a loro volta a ritardare quelli ai propri fornitori), maggiori possibilità di accesso al credito, razionalizzazione degli oneri fiscali ed amministrativi, rilancio degli ammortizzatori sociali e più ampio sviluppo della partecipazione e della formazione di «reti di imprese».
Sono queste le cinque priorità chieste dalle imprese del nostro territorio per uscire dalla crisi. Una crisi di «solvibilità» e non di «liquidità», come l'ha definita il prof. Giuseppe Capuano venerdì scorso illustrando alla Camera di commercio il rapporto congiunturale realizzato nell'ambito dell'Osservatorio economico riguardante il secondo semestre 2008, le previsioni per i primi sei mesi dell'anno in corso e un approfondimento sul credito e sull'impatto delle crisi sulla nostra economia reale. La Pa, come si sa, è una cattiva pagatrice malgrado recenti provvedimenti prevedano certi tempi. Il danno per le imprese è notevole visto che una quota rilevante lavora quasi esclusivamente per essa. Questi ritardi penalizzano ancora di più l'accesso al credito: ecco perché, come ha proposto ancora una volta il direttore di Confindustria Frosinone, Marcello Bertoni, le piccole imprese propongono che siano quanto meno certificati i crediti. «In un contesto di crisi come l'attuale – sottolinea Capuano – è cruciale facilitare l'accesso al credito per trasmettere liquidità al sistema produttivo. Per questo oltre un terzo delle imprese lamenta un peggioramento delle condizioni». Altro mezzo per mettersi alle spalle la crisi è rappresentato da «interventi volti a ridurre il carico tributario e semplificare l'attività amministrativa nelle procedure e nelle strutture». Superare quello che sembra un paradosso per cui più sono piccole più le imprese si mantengono stretti i dipendenti estendendo alle pmi gli ammortizzatori sociali (cominciando dalla cassa integrazione). Infine vanno favorite la partecipazione e la formazione delle «reti di imprese». «Le pmi di una "rete" – sostiene il prof. Capuano – si sentono più sicure, con una conseguente maggiore propensione al rischio e ad investire e sono più inclini a cogliere nuove opportunità, così come ad agire su nuovi mercati».
Luca Sergio
30/03/2009
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