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Frosinone

Ieri il verdetto per l'autotrasportatore che la sera dell'antivigilia di Natale del 2003 aveva ucciso la convivente e il figlio di 14 anni

Venti anni ad Enrico Gatta
PenaIl cinquantaduenne veniva da due precedenti condanne all'ergastolo

Pietro Pagliarella
Venti anni. Questa la pena che la Corte d'Assise d'Appello ha inflitto ad Enrico Gatta, il cinquantaduenne autotrasportatore verolano che la sera dell'antivigila di Natale del 2003 uccise con sedici colpi di fucile la quarantenne convivente Rossana Valentino e il figlio Paolo, di 14 anni, che era nato dal rapporto dei due.

Un sostanziale sconto di pena per Gatta (difeso di fiducia dagli avvocati Enrico Pavia e Romano Misserville) che in primo grado era stato condannato all'ergastolo dalla Corte d'Assise di Frosinone, verdetto, poi, confermato anche dalla Corte d'Assise d'Appello di Roma. Il caso era stato riaperto non più di due mesi fa dalla Corte di Cassazione, cui si erano rivolti i legali dell'imputato evidenziando come alcuni elementi non fossero stati presi sufficientemente in considerazione dai giudici dei gradi precedenti. In primis il gup che aveva rigettato una richiesta di abbreviato condizionato all'espletamento di una perizia psichiatrica (la difesa ha sempre sostenuto che l'imputato la tesi della semi infermità). Richiesta di perizia che era stata rifiutata anche dalla due successive Corti d'Assise. Perizia, poi, disposta su impulso della Cassazione e che ha stabilito come il Gatta fosse stato colpito da un vizio parziale di mente transeunte che gli avrebbe procurato uno stato crepuscolare determinandogli una condizione di incapacità di intendere ma non di volere quanto stava compiendo. Diverse secondo i periti le concause che avrebbero determinato l'offuscamento delle capacità cognitive del Gatta. I danni cerebrali riportati dall'autotrasportatore per una crisi ischemica avuta in passato associati agli stati d'animo maturati in un contesto emozionale esasperato avrebbero indotto il Gatta a compiere il gesto. Lo scompenso emotivo, prodotto da un violento alterco avuto dal cinquantaduenne con la compagna, acuito da un forte stress dovuto ad una pesante due giorni lavorativa, avrebbero fatto perdere all'autotrasportatore il lume della ragione inducendolo ad uccidere la convivente e il figlio. La semi infermità e la riduzione prevista per il rito opzionato hanno determinato il quantum della pena. Con la sentenza di ieri forse si mette la parola fine ad un'annosa vicenda che ha vissuto non pochi colpi di scena. I familiari delle vittime erano assistiti dagli avvocati Fabio Vicano, Raffaele Maietta e Stefano Tonachella.

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13/05/2008










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