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A tutto campo

di don ALBERTO MARIANI Settembre è il mese in coda all'estate in cui, nei nostri paesi, si «sparano» le ultime feste, prima che gli ultimi «turisti», per lo più compaesani costretti ad emigrare e tornati al paese nativo per una visita spesso furtiva, se ne tornino al loro lavoro, più o meno lontano.

Per quanto riguarda le feste mariane, in questo mese ce ne sono diverse. Accanto alla natività della Beata Vergine Maria (celebrata l'8), al SS.Nome di Maria (il 12) e ad altre di carattere locale con titoli diversi, e i più svariati, voglio ricordare quella - che ricade a metà mese - della Beata Vergine Maria Addolorata, meglio conosciuta come la festa dell'Addolorata. Quest'ultima, che in tante comunità cristiane viene legata alla Pasqua e celebrata il Venerdì santo, giorno in cui si ricorda - anche con una speciale e suggestiva processione - la morte di Gesù, è una festività che trae significato proprio dalla passione e morte del Signore. Dal dolore, appunto. Da questo legame voglio far scaturire una riflessione per la sosta mariana di questa settimana. Si tratta, infatti, di un dolore tutto particolare che la stessa liturgia sembra voglia portarci a collegare con la croce di Gesù, facendocela celebrare il giorno precedente con il titolo liturgico di «esaltazione della santa Croce»: una festa che in Oriente è paragonata addirittura a quella della Pasqua. È il quadro di una festa di origine devozionale, inserita nel calendario romano dal Papa Pio VII nel 1814 - soltanto poco più di due secoli fa - e che, per quanto possa apparire fuori posto, porta in sé un significato molto più grande di quello che, a prima vista, anche la stessa pietà popolare sembra cogliere. La ragione di tale scelta è racchiusa nella seguente considerazione: in un tempo in cui il dolore appare incomprensibile e inaccettabile - fino al punto di volerlo esorcizzare - contemplare quello di Maria accanto a suo Figlio sofferente e morente sulla Croce, aiuterà a cercare, ciascuno nel proprio - perché non manca nella vita di nessuno -, la «forza» che porterà a coglierne il valore redentivo e a tenere accesa quella speranza che predispone a gustare in anticipo la gioia che scaturisce dalla resurrezione. Per questo, il titolo di Addolorata con il quale ci accostiamo a Maria è quello che, più e meglio di qualsiasi altro, può aiutare a trovare per la vita stessa una ricchezza di senso diversamente impensabile: quella di una pace che, bloccata tra le ansie e le inquietudini del quotidiano, trova spiegazione oltre l'immediato e l'umano, ossia nella scelta di due Cuori, profondamente uniti, che offrono la testimonianza che la vita acquista la sua pienezza nella dimensione del dono, nella logica dell'evangelico motto: «Non c'è amore più grande di chi da la vita per la persona che ama». Come a dire: quando c'è l'amore, anche il dolore acquista il suo significato positivo e può essere celebrato. L'Addolorata, che la pietà popolare raffigura con il cuore trafitto dalla spada, porta in sé, insieme alle proprie, le sofferenze del mondo, come e in comunione con il Figlio, e dice al credente: non esiste dolore che un sì, che scaturisce da un cuore pieno di amore, non possa illuminare. Forse è difficile da comprendersi, ma non è male meditarlo con calma proprio ora che l'estate e le feste sono finite. Chiunque volgia entrare in contatto con don Alberto può scrivere a: donalberto@oasibetania.it









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