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di don ALBERTO MARIANI All'undici settembre mancano due giorni.

Ma intanto ne sono passati 2190 da quello - purtroppo sempre vicino e vivo - del 2001.

Sei anni non sono bastati a fugare le paure, debellare la violenza, frenare il terrore, conseguenza dell'odio e delle prevaricazioni, e rendere l'uomo più buono. La ricorrenza annuale è stata sempre - e lo sarà anche quest'anno - occasione per fare memoria con riflessioni, proposte, manifestazioni e inviti alla pace. Eppure, quanto sangue si è continuato e si continua a versare a seguito, e forse anche a causa, di quel terribile 11 settembre 2001. Alle 2992 vittime - terroristi compresi - delle torri gemelle in questi sei anni se ne sono aggiunte altrettante e anche di più, il cui numero esatto è difficile stabilire. Ancora più difficile da controllare è la rabbia, l'odio, il rancoreà senza che si vedano i frutti veri della pace. È vero, l'argomento non ha molto a che vedere con la «sosta mariana» che desidero continuare a proporre anche in questo mese di settembre, tenuto conto delle numerose feste e memorie riguardanti la Madonna che vi ricorrono. Capitando, però, tale ricorrenza a soli tre giorni dalla natività della Beata Vergine Maria, celebrata ieri, la giustificazione l'ho trovata nella coincidenza stessa; per cui la sosta odierna credo sia ottima occasione non solo per riflettere su questa festa, tanto significativa e cara ai credenti, ma anche per affidare a Maria le vittime della violenza di ieri e di oggi e per rinnovarle la richiesta di una speciale protezione per noi e per il mondo intero. Quanto al significato della festa, lo prendo direttamente dal messale romano il quale, dopo aver ricordato che è stata introdotta da papa Sergio I nel VII secolo sulle orme della tradizione orientale, afferma che «la natività della Vergine è strettamente legata alla venuta del Messia, come promessa, preparazione e frutto della salvezza». E aggiunge: «Aurora che precede il sole di giustizia, Maria preannunzia a tutto il mondo la gioia del Salvatore». Proprio questo richiamo al Messia non può non farci pensare ai tempi annunciati dai profeti ed attesi per secoli come tempi di gioia, di armonia e di pace. Come non desiderarli e non auspicarli anche per questo nostro incerto oggi così tanto tormentato e martoriato? Quanto suonano consolanti le parole che quel lungimirante Papa Paolo VI pronunciò in un'omelia l'otto settembre di 43 anni fa, presentando la nascita di Maria come «l'aprirsi sulla terra, tutta coperta dal fango del peccato, del più bel fiore che sia mai sbocciato nel devastato giardino dell'umanità, la nascita cioè della creatura umana più pura, più innocente, più perfetta, più degna della definizione che Dio stesso, creandolo, aveva dato dell'uomo: immagine di Dio, bellezza cioè suprema, profonda, così ideale nel suo essere e nella sua forma, e così reale nella sua vivente espressione da lasciarci intuire come tale primigenia creatura era destinata, da un lato, al colloquio, all'amore del suo Creatore in una ineffabile effusione della beatissima e beatificante Divinità e in un'abbandonata risposta di poesia e di gioia (com'è appunto il "Magnificat" della Madonna), e d'altro lato destinata al dominio regale della terra». Ho voluto riproporle per questa riflessione mariana, con l'invito a gustarle nel cuore e intanto a pregare affinché l'uomo di oggi sappia adoperarsi secondo il progetto del Creatore, perché i nostri giorni siano migliori. Chiunque volesse entrare in contatto con don Alberto può scrivere a: donalberto@oasibetania.it









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