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Macchina del piango

La bufala della bimba vittima di Trump

L’honduregna in lacrime diventa icona anti-Donald. Proteste e copertine contro le deportazioni degli illegali. Peccato sia tutto falso

La bufala della bimba vittima di Trump

Ormai nel mondo dominato dal mercato del falso si rischia la sòla anche sulle icone di un momento storico. In questi giorni ha girato sui media di tutto il mondo l’immagine di una bambina honduregna di due anni, con una maglietta rosa, che piange mentre un agente incaricato della sorveglianza a McAllen, Texas al confine con il Messico, perquisisce sua mamma. È diventata, quella, una foto simbolo dello sdegno verso la politica migratoria degli Stati Uniti, dove i figli dei clandestini vengono separati dai genitori e nell’attesa della desti- nazione tenuti in gabbie tra enormi sofferenze, pianti e traumi. Di tutto questo è stata affibbiata la colpa all’attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump (che però qualche giorno fa ha emanato un ordine esecutivo per superare la situazione), quando invece la separazione risale ai tempi di Obama.

Ma si sa, l’iconografia del «mostro» funziona e per dare ossigeno ad un universo buonista alla canna del gas tutto fa brodo. Tipo, ad esempio, utilizzare foto di bambini in gabbia del 2014 (quando Trump forse a malapena stava facendo il business plan della campagna per le primarie) e spacciarle per foto di oggi (è successo). Oppure utilizzare a immagine-simbolo quella di una bambina che non è mai stata separata dalla mamma. È successo anche questo ed è proprio il caso della celebre fotografia. Che, per l’occasione, è stata anche utilizzata dal magazine Time per una copertina, costruita ad arte, non c’è che dire. La foto della bambina è stata «montata» come se fronteggiasse un Donald Trump che guarda verso il basso con espressione severa. E la scritta «Welcome in America». Soltanto che, appunto, non è vero niente. Perché la bambina è sempre rimasta con sua mamma, nonostante la descrizione fatta al giornale dal fotoreporter e Premio Pulitzer che ha scattato l’istantanea, John Moore, avesse  fatto intendere il contrario. Come lo avevano fatto intendere tutti coloro che hanno innalzato quell’immagine a vessillo della guerra contro la «tolleranza zero», e promosso attraverso di essa, negli scorsi giorni, anche una raccolta fondi per aiutare gli immigrati.

A buttare all’aria l’affresco, però, ci sono state due voci. Una, l’agente del Bordel Patrol Carlos Ruiz, che aveva preso in carico la vicenda ed ha assicurato che mamma e figlia sono sempre rimaste insieme. L’altra, il padre della bambina, un 32enne dell’Honduras, Denis Varela, il quale dopo aver visto (come milioni di altri in tutto il mondo) l’immagine della sua piccola ha avviato le verifiche ed ha scoperto che mamma e figlia erano unite, e la donna ha presentato richiesta d’asilo negli Stati Uniti. Peraltro, l’uomo ha rivelato in delle interviste rilasciate alla Reuters e a Daily Mail che la donna è partita contro il suo parere, lasciando a casa altri tre figli. Beghe familiari a parte, risalta il castello di moralismo, censura politica e speculazione montato su una circostanza palesemente mal interpretata, o interpretata senza conoscere l’accaduto.

E Time, santuario della resistenza contro Donald Trump, c’è cascato con tutte le scarpe. Peraltro, non è la prima volta che la rivista subisce il colpo di rinculo della sua retorica. A dicembre, sulla persona dell’anno fu dedicata alle donne che hanno innescato la campagna antimolestie (nella sostanza antimaschio) #Metoo. All’interno, si raccontava anche la storia di Cristina Garcia, componente dell’assemblea legislativa della California tra le fila dei democratici. Il suo essersi battuta contro i soprusi sessuali dei maschi l’aveva resa paladina dei diritti delle donne. Fin quando alcuni suoi ex collaboratori maschi non l’hanno accusata di molestie. Nel mercato del falso, un’altra sòla.

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