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LA MINACCIA ISLAMICA

Gli italiani rapiti erano senza scorta

Ai due tecnici impiegati in Libia tolta la protezione due giorni prima Si pensa a criminali comuni ma si teme la cessione a gruppi jihadisti

Gli italiani rapiti erano senza scorta

libia

La Libia non è un posto sicuro. Per passare da una zona all'altra, da un villaggio all'altro, e anche per muoversi all'interno della stessa regione e nel deserto, serve la «scorta». Quella che Bruno Cacace e Danilo Calonego, gli italiani sequestrati lunedì mattina all'alba, non avevano più da due giorni. Il sistema di sicurezza e protezione, in realtà, consiste nel «pagare l’obolo» a capi tribù, milizie e altri gruppi che nel paese nordafricano si spartiscono il territorio. Una sorta di «sicurezza locale» che garantisce l’immunità. Questo lo sanno tutti, comprese le aziende che lavorano in Libia. Un concetto ribadito dal capo dell'Unità di crisi della Farnesina, Claudio Taffuri, che ieri ha chiarito: «La dinamica è purtroppo consueta, con delle auto che bloccano l'auto dell'obiettivo e portano via i sequestrati».

E sul giallo della scorta, ha sottolineato: «Quando una società italiana opera in Libia la esortiamo a dotarsi di un sistema di sicurezza. Per noi la Libia è un paese sconsigliato, capisco le imprese che hanno interessi sul posto e vogliono restare, ma sono invitate a dotarsi di sistemi di sicurezza, e si organizzano in modo autonomo». All'indomani del rapimento dei nostri connazionali, l'ansia per la loro sorte cresce, mentre la dinamica e gli autori sono ancora avvolti dal mistero. Probabilmente, spiegano fonti accreditate, chi ha materialmente preso i due lavoratori della Con.I.Cos, è una banda di predoni che forse hanno agito per conto di qualcun altro. La nostra intelligence è al lavoro. La zona in cui è avvenuto il sequestro sarebbe sotto l'influenza francese. Da qui la possibilità che qualche drone possa aver ripreso le immagini di quanto accaduto, quando l'auto sulla quale viaggiano Cacace e Calonego è stata fermata da un gruppo di uomini armati e con il volto coperto.

Il tempo però stringe, perché i due sequestrati potrebbero essere venduti, passare di mano, da un gruppo all’altro, fino all'Isis o altri miliziani jihadisti legati ad al Qaeda o Morabitun. Qualcuno tra gli addetti ai lavori sperava in un sequestro lampo, che potesse scongiurare i lunghi tempi di prigionia e trattative snervanti con i rapitori, mettendo a rischio la vita degli ostaggi. Ma così non è stato. Che la situazione in Libia ci sia sfuggita di mano è evidente. Come è evidente che un ruolo chiave in tutta questa storia è quello del sindaco di Ghat, Qawmani Muhammad Saleh, che ha scelto di dare la notizia del rapimento all'agenzia di stampa turca. Il primo cittadino della municipalità è un personaggio che potrebbe fornire elementi utili, non solo per le indagini. Saleh, comunque, ha garantito il massimo impegno da parte delle forze di sicurezza locali e di quelle militari per ritrovare i due italiani, negando che siano finiti nelle mani di uomini legati ad al Qaeda e ribadendo che «i due ingegneri sono nelle mani di un piccolo gruppo di fuorilegge». Saleh, però, non ha perso tempo per lanciare accuse: «Lo Stato libico e le sue istituzioni stanno ignorando la città di Ghat in questo frangente». E poi ha aggiunto: «Siamo in contatto costante con il governo italiano», ma ha anche denunciato il fatto di lavorare «in assenza di risorse minime» e che le autorità libiche «non hanno fornito aerei per aiutare nelle operazioni di ricerca».

E il capo della sicurezza a Ghat, Madani Murtada, ha affermato che «le ricerche sono in corso» e che «ancora non si conoscono i moventi o le richieste dei rapitori». Dichiarazioni che chiariscono il caos che regna ancora in Libia, dove bisogna fare i conti con interessi contrapposti. La natura dei sequestratori è stata sottolineata anche dal giornalista libico Hasan Osman Eissa, che svolge il ruolo di portavoce della municipalità. Per l’uomo i rapitori dei due tecnici italiani e del loro collega canadese sarebbero membri di una banda criminale gia' nota nella zona. «I rapitori - ha aggiunto - fanno parte di un gruppo armato che ha già compiuto agguati e rapine nella zona contro le auto in transito». Nel caos libico, dunque, bisognerà cercare referenti che possano stabilire un contatto con chi ha in mano i due lavoratori della Con.I.Cos. Un'impresa non facile, visto anche il tragico epilogo dell'ultimo sequestro dei quattro italiani in Libia, due dei quali sono stati uccisi durante un conflitto a fuoco. Della vicenda si è interessato anche il governo di Tripoli, quello appoggiato dalla comunità internazionale, che ha assicurato la massima collaborazione all'Italia.

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