cerca

Gli italiani volati via con la «dolce morte»

I casi di Welby, Coscioni, Englaro e Nuvoli

Gli italiani volati via con la «dolce morte»

englaro

Piergiorgio Welby, Luca Coscioni, Eluana Englaro, Giovanni Nuvoli. E tanti altri. Nomi di uomini e donne morti dopo anni di calvario e intorno ai quali la discussione sull'eutanasia è deflagrata fino a scatenare infinite polemiche politiche. Nomi accanto ai quali si sono sempre affiancati i Radicali per rivendicare il loro «diritto a morire» in un paese, l'Italia, che non lo prevede e che da anni discute sull'opportunità di varare o meno una legge che consenta quella che in molti chiamano «dolce morte» e che altri considerano una resa da parte dello Stato di fronte a un dono, quella della vita. E mentre nel nostro Paese si dibatte, ogni anno duecento italiani, la maggior parte colpiti da tumore, decidono di porre fine alle loro vite nelle cliniche svizzere, dove la morte volontaria è legale.


La storia di Welby è emblematica. Romano, affetto da distrofia muscolare da quando ha 20 anni e per più di 30 anni disteso su un letto e tenuto in vita da un ventilatore polmonare, Welby fa della sua malattia un veicolo della lotta per la «dolce morte». Nel 2006 si rivolge all'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per rivendicare il «diritto di morire». Poi sceglie la disobbedienza civile, che considera l'unico modo per giungere alla «morte opportuna». Per Welby, «quando un malato terminale decide di rinunciare agli affetti, ai ricordi, alle amicizie, alla vita e chiede di mettere fine ad una sopravvivenza crudelmente biologica, questa sua volontà deve essere rispettata ed accolta con quella pietas che rappresenta la forza e la coerenza del pensiero laico». Welby presenta un ricorso al Tribunale di Roma per ottenere, attraverso il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale, l'interruzione di quello che considera un intollerabile accanimento terapeutico. Il 16 dicembre del 2006 il giudice respinge la sua richiesta, mentre il Consiglio superiore di sanità afferma che le cure assicurate a Welby non si configurano come accanimento terapeutico. Ma il 20 dicembre dello stesso anno un medico, Mario Riccio, lo aiuta a morire. Anche il nome di Eluana Englaro è indissolubilmente legato alla richiesta di prevedere l'eutanasia anche in Italia.


Il 18 gennaio 1992 Eluana, appena 22enne, rimane vittima di un pauroso incidente stradale. Nell'impatto, il cervello si stacca, in parte, dalla corteccia cerebrale. Da quel momento la ragazza va incontro a una degenerazione definitiva del cervello. Diventa un vegetale, vive grazie ai sondini e viene curata per anni dalle suore. I Radicali e suo padre Peppino si battono per il suo diritto alla «dolce morte». Si rivolgono ai magistrati e al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. I tribunali, però, negano le loro richieste. Più volte. Finché, il 9 luglio del 2009, la Corte d'Appello di Milano autorizza la sospensione all'alimentazione, prendendo atto di uno stato vegetativo irreversibile e sostenendo che, secondo gli elementi raccolti sulla sua volontà, lei, di certo, avrebbe scelto di morire. Contro quella decisione si schierano associazioni, comitati etici, politici. La Cassazione dice sì al decreto della Corte d'Appello, Camera e Senato presentano ricorso di attribuzione, ma la Corte Costituzionale lo giudica inammissibile. È a quel punto che il governo Berlusconi vara un decreto per il ripristino dell'alimentazione, ma Napolitano non lo firma. Il 9 febbraio del 2009 Eluana muore dopo 17 anni di stato vegetativo. C'è, poi, la storia di Luca Coscioni.


La Sla gli viene diagnosticata nel 1995. La degenerazione dei muscoli è solo questione di tempo. Il ragazzo, però, non smette di lottare, si sposa, si impegna in politica. Poi conosce i Radicali, coi quali inizia la sua battaglia libertaria. Nel 2001 parla col sintetizzatore vocale. Diventa simbolo di molte lotte, eutanasia compresa. Il 20 febbraio del 2006, quando è leader dell'associazione che porta il suo nome e presidente di Radicali, muore nella sua casa di Orvieto per una crisi respiratoria. Nel 2007 anche Giovanni Nuvoli, che parla con la moglie attraverso una lavagna con le lettere dell'alfabeto, chiede che si ponga fine alla ventilazione artificiale che lo tiene in vita. Anche nel suo caso i giudici respingono la richiesta. Ma Giovanni vuole che gli sia concesso il diritto di morire, come spiega intervistato da Porta a Porta. «Giovanni ha occhi disperati che urlano», afferma la moglie. Il 24 luglio del 2007 muore per via delle condizioni fisiche ormai compromesse. E della sua malattia, la Sla, fa una battaglia per il «fine vita» anche Max Flanelli, un giovane di Senigallia (Ancona) morto nel luglio scorso. Così come Giuseppe Nardi, di Latina, tetraplegico per 21 anni dopo un incidente. Prima spera nella ricerca sulle staminali, poi intraprende una battaglia per l'eutanasia. Finché, ormai sfinito dalla sua condizione fisica, non si lascia morire a seguito di uno sciopero della fame.

Commenti

Condividi le tue opinioni su Il Tempo

Caratteri rimanenti: 1500

.tv

Il camion dell'Atac blocca il tram. I passeggeri lo spostano a spinta

Victoria's Secret 2017: gli angeli conquistano la Cina
Roma, un Suv impazzito sfonda il muretto e finisce in giardino
A Rio de Janeiro va in scena Miss Bum Bum Premio al sedere più bello

Opinioni