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01/07/2014 21:19

L'INTERVISTA

"La risposta forte ad Hamas deve ancora arrivare"

Dario Sanchez è un fotoreporter italo-israeliano, ha 20 anni e vive in Israele. Qui racconta il clima nel Paese dopo l'uccisione dei tre ragazzi 

L’aria è pesante in Israele dopo l’omicidio dei tre ragazzi. A dirlo è Dario Sanchez, fotoreporter italo-israeliano, che vive lì. Il fotografo fiuta gli umori del Paese e spiega che nessuno in Israele vuole colpire con violenza, ma che una risposta ancora più dura sta per arrivare. Ma Dario Sanchez è anche un ventenne e vivere in questa nazione a vent’anni significa avere possibilità, secondo lui, uniche. 

 

Sono morti tre ragazzi, che aria si respira in Israele?

"Non nascondo che attualmente l’aria è particolare pesante: è un misto di rassegnazione, dolore e rabbia. È la prima volta che il terrorismo islamista di Hamas ci ha colpito in maniera atroce strappando alle loro famiglie tre adolescenti. Precedentemente, c’è stato il noto caso di Gilad Shalit e di tre soldati in Libano da parte di Hezbollah, ma mai prima d’ora Hamas ha agito così contro dei civili inermi, tra l’altro poco più che bambini. Fino all’ultimo, stretti attorno alle madri dei tre ragazzi, abbiamo voluto credere fortemente che erano ancora vivi, e che sarebbero tornati sani e salvi a casa. Purtroppo i fatti ci raccontano che ci siamo semplicemente illusi, e che gli uomini di Hamas - pur braccati e messi alle strette dai nostri soldati - piuttosto che usufruire di un salvacondotto che in cambio della vita dei tre ragazzi gli avrebbe garantito la libertà hanno deciso di trucidarli poco dopo il rapimento, per il solo fatto che erano ebrei".

 

C’è stata una risposta forte da parte dello Stato israeliano, questo scatenerà una controffensiva. E la via giusta?

"A dire il vero la “risposta forte”, che nessuno qui avrebbe mai desiderato dover intraprendere, deve ancora avvenire. I raid aerei avvenuti questa notte nella Striscia di Gaza hanno colpito 36 obiettivi ed edifici disabitati, utilizzati da Hamas come centri di addestramento e di stoccaggio dei suoi missili. Il fatto che questi edifici erano vuoti, e che non hanno causato vittime tra la popolazione civile, in Italia non l’ha sottolineato nessun giornale. Nessuno in Israele intende punire collettivamente la popolazione araba palestinese per questo rapimento: tuttavia, a seguito di questo tragico episodio avvenuto nella West Bank - area ritenuta a torto sotto il pieno controllo del presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen - unito al quotidiano lancio di missili da Gaza, agli appelli di Hamas all’Intifada e al difficile quadro regionale che ci vede circondati dalle forze Jihadiste dell’ISIS su tre lati, sbarazzarci della presenza minacciosa e aggressiva di Hamas è diventato ormai una necessità irrinunciabile per garantire la nostra sicurezza. È la via giusta? È al momento l’unica, nonostante inevitabilmente travolgerà le vite anche di persone innocenti del tutto estranee alle attività criminali di Hamas".

 

I giovani israeliani hanno paura? Oppure continuano la loro vita normalmente? Cosa significa vivere in Israele e avere vent’anni? 

"Vivere in Israele e avere 20 anni vuol dire vivere in uno Stato moderno e dinamico, liberale e libertario, dalla vita sociale e culturale intensa e effervescente. Significa godere dei vantaggi che solo una economia in costante crescita e tutta basata sul sostengo alla ricerca e allo sviluppo può dare a dei giovani. Tutto questo nel Medio Oriente in tempesta, nel quale Israele si inserisce come unico Stato democratico della Regione e come unico avamposto di coesistenza pacifica tra le varie confessioni religiose qui residenti. I giovani israeliani vivono una vita del tutto normale, ma per poter godere di questa libertà in questo mare in tempesta pagano purtroppo un prezzo salatissimo: in media tre anni di servizio militare obbligatorio per ogni ragazzo, e non meno di un anno e mezzo per ogni ragazza. Hanno paura? Certamente. Tuttavia, qui in Israele si impara molto presto a guardare in faccia la paura e ad affrontarla. E a vivere: i festival israeliani, apprezzati in tutto il mondo libero, ne sono una prova lampante".

 

Molti in Europa accusano lo Stato israeliano di essere uno stato militarizzato e di applicare una politica di apartheid.

"Il 20% dei cittadini israeliani sono arabi musulmani e cristiani: vivono come vive il 79% di popolazione di fede ebraica, usufruendo degli stessi servizi pubblici, lavorando fianco a fianco e con le stesse identiche possibilità di carriera nel settore pubblico e privato. Nella Knesset - il parlamento israeliano - siedono parlamentari arabi, così come ci sono giudici e avvocati arabi, medici arabi e maestri e professori arabi. Nessuna barriera fisica li separa da noi: io stesso lavoro come operaio in un Luna Park dove più della metà dei dipendenti sono arabi musulmani, e dove la maggior parte dei bambini che vengono a giocare sono musulmani. Questo è apartheid? Il servizio militare obbligatorio e la militarizzazione del territorio è una necessità inevitabile dopo oltre 60 anni di guerra in cui i regimi arabi e il terrorismo palestinese hanno sempre cercato l’occasione buona per colpirci nella speranza vana di distruggerci".

 

Molti giovani da tutto il mondo decidono di lasciare tutto e andare in Israele e per combattere lì. Perché?

"Inanzitutto specifichiamo: nessun nuovo immigrato viene qui con l’intenzione di combattere contro gli arabi, ma per contribuire alla costruzione del sogno sionista e al consolidamento dello Stato di Israele. Dopo di che, le ragioni che hanno spinto e spingeranno ancora in molti a trasferirsi qui sono le più diverse, e ogni immigrato ha la sua storia unica e personale: tuttavia, si può senz’altro affermare che oggi le ragioni economiche e il preoccupante aumento dell’antisemitismo di matrice islamista, la fanno da padrona tra le ragioni che spingono molti giovani nati e cresciuti nei cinque continenti a mollare tutto e a iniziare una nuova vita qui, nell’unico stato al mondo dove gli ebrei non sono perseguitati e combattono alla pari contro chi vuole distruggerli. Viene da sè che una volta che si è qui la difesa dello Stato e la solidarietà tra cittadini è un obbligo - prima di tutto morale - dal quale non si può essere esentati".

 

(Le foto dell'articolo sono di Dario Sanchez)

Leonardo Rossi






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