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Esplode un’autobomba, strage a Bengasi

Le vittime sarebbero almeno una decina tra cui tre bambini. Numerosi i feriti

Rischia di precipitare nel caos la situazione in Libia, sempre più in preda a disordini e violenze. A Bengasi, nell’est del paese nordafricano, ieri mattina è esplosa un’autobomba nei pressi dell’ospedale el Jala, il principale della città libica. La tv satellitare al Arabiya, citando una fonte ufficiale locale, ha parlato di almeno 15 morti, tra cui tre bambini, mentre 13 persone sono rimaste ferite. Altre fonti, come Abdel-Salam al-Barghathi, che è a capo della sala operativa di una delle principali agenzie di sicurezza di Bengasi, parlano di una decina di vittime. Il ministro dell'Interno Ashour Shwayel, che si trova a Tripoli, in un'intervista alla rete televisiva al-Ahrar, forse nel tentativo di sminuire il peso dell’attentato, ha parlato di due o tre persone uccise. Ancora diverso il bilancio fornito dal capo della polizia di Bengasi, Tarek al-Kharaz, secondo il quale ci sarebbero almeno 13 morti e 41 feriti. Le divergenze tra le fonti derivano probabilmente dalla mancanza di coordinamento fra le varie agenzie. In ogni caso, al di là del balletto di cifre sul numero delle vittime, si tratta di uno dei peggiori attacchi dalla fine della guerra civile che ha costretto Gheddafi a lasciare il potere. Sempre secondo al-Barghathi, l'auto carica di esplosivo era stata parcheggiata davanti a un panificio nei pressi dell’ospedale ed è stata fatta detonare con un telecomando. A bordo del veicolo c'erano diverse armi, tra cui kalashnikov. «È un'azione mirata a uccidere civili e a destabilizzare la sicurezza in città» ha detto il funzionario.

In serata Fathi al-Ubaidi, alto comandante del gruppo di milizie Libya Shield, ha dichiarato che un uomo è stato arrestato perché sospettato di essere legato all’attentato ma non ha voluto aggiungere ulteriori particolari.

A Bengasi, la seconda città della Libia, ha avuto origine la rivoluzione che ha portato alla caduta di Gheddafi. Da allora, come il resto del Paese, la città è rimasta governata dalle milizie in assenza di un esercito e di forze di sicurezza unificate. Milizie che si sono rifiutate di deporre le armi nonostante gli sforzi da parte del governo centrale di Tripoli di imporre il rispetto della legge. Soltanto sabato i miliziani che avevano circondato dalla fine di aprile i ministeri degli esteri e della giustizia hanno accettato di ritirarsi e «togliere l’assedio».

Nell'ultimo anno, con l'intensificarsi della lotta per il potere fra le milizie, a Bengasi si sono verificati una serie di assassinii ed esplosioni di autobomba. L'11 settembre 2012 l'ambasciatore americano in Libia, Chris Stevens, fu ucciso insieme ad altri tre americani nell'attacco al consolato americano a Bengasi. Quell’attentato è ora al centro di una forte polemica politica negli Stati Uniti. I repubblicani nei giorni scorsi hanno accusato apertamente il presidente Obama di aver alterato la ricostruzione dell’attacco per non subire ripercussioni alle elezioni presidenziali di novembre. Secondo la Abc, l'allora portavoce di Hillary Clinton al dipartimento di Stato, Victoria Nuland, aveva modificato i report della Cia che sostenevano la versione di un azione terroristica e addirittura avrebbero avvisato di un possibile attacco. Obama però respinge le accuse dei repubblicani e difende il suo ambasciatore all'Onu. Susan Rice aveva affermato che l'attacco al consolato era stato provocato da un sollevamento popolare in reazione ad un film islamofobo girato negli Usa e non al gruppo terrorista Ansar al Sharia legato ad al Qaeda. Obama ha affermato che le accuse alla sua amministrazione sono «politicamente motivate» e disonorano le vittime dell'attacco quando le dispute su temi delicati diventano un circo politico.

Ma la tensione è altissima e mentre le truppe americane in Europa sono in stato di preallarme per un possibile intervento, la British Petroleum ha deciso di ritirare temporaneamente parte dello staff non libico e non essenziale dal suo ufficio di Tripoli, a seguito della decisione adottata venerdì dal Foreign Office di ritirare parte del personale diplomatico inglese dalla Libia.

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