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«Ich bin ein Berliner» 50 anni dopo

A mezzo secolo dal celebre discorso di JFK davanti al Muro nella capitale delle Germanie ora riunite arriverà Obama

«Ich bin ein Berliner» 50 anni dopo

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Ormai quasi mezzo secolo è trascorso dal giorno in cui l'allora presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, durante una sua visita ufficiale a Berlino ovest, per sottolineare la vicinanza degli Stati Uniti a quella città, e a tutta la Germania Occidentale, dopo la costruzione del Muro da parte della Germania Est, pronunciò quella frase rimasta poi leggendaria: "Ich bin ein Berliner" ("Io sono un berlinese").

Queste quattro parole furono scandite il 26 giugno 1963, durante un discorso che fu giudicato da molti, non a torto, il più bello, appassionato e significativo mai pronunciato da Kennedy in tutta la sua vita (che, com'è noto, sarebbe stata stroncata pochi mesi dopo, a Dallas, da uno o più attentatori in circostanze rimaste fin a oggi non del tutto chiare, e forse destinate a restare tali per sempre. Da allora sono dunque passati cinquant'anni e il mondo, tutto il mondo, questi anni li dimostra tutti. Le cose sono infatti completamente cambiate, e il principale di questi cambiamenti riguarda proprio lo spirito dell'Amerrrica, che non è certo più quello, pieno di ottimistico orgoglio, che trovò forse la sua ultima grande espressione politica appunto in quel discorso di J.F.K .

Poche figure della storia americana sono state forse oggetto di valutazioni contrastanti come quella dell'uomo che per meno di tre anni, fra il gennaio del 1961 e il novembre del '63, fu il 35° presidente degli Stati Uniti. Non c'è infatti momento della sua attività presidenziale che non abbia suscitato giudizi discordanti. Fulgido esempio, per i suoi ammiratori, di fede nei valori dell'America "liberal" e progressista, sembrò spesso agli avversari un evidente esempio di equivocità e imperizia politica. Fra gli aspetti che sembrarono più discutibili della sua avventura politica si ricordano di solito la non limpidan origine della straordinaria ricchezza del padre, che aveva realizzato cospicui guadagni negli anni del proibizionismo col contrabbando dell'alcool, il contributo offerto al suo successo elettorale da certi settori della, mafia italo-americana, l'infelice impresa dello sbarco nella Baia dei Porci, il serio pericolo corso di rottura con l'Urss portando la crisi dei missili di Cuba a un passo dall'esplosione di un possibile terzo conflitto mondiale, infine i problematici antefatti della Guerra del Vietnam. L'asprezza delle riserve espresse su questi punti dai suoi critici lascia fra l'altro intravedere un sentimento di antipatia che investe l'intero personaggio, i suoi gusti mondani, il suo stile di vita, la sua manifesta appartenenza a quella schizzinosa società americana della costa atlantica che ha sempre diffidato della pretesa rozzezza del resto degli Stati Uniti. Ma nel suo discorso berlinse egli espresse una passione che nessun vero e schietto americano, "liberal" o conservatore che fosse, anzi nessun cittadino di quel mondo che allora non si vergognava di chiamarsi "mondo libero", poté non sentire anche sua.

Per capire fino a che punto il mondo in cui ci siamo assuefatti a vivere sia diverso da quello in cui Kennedy poté pronunciare quel discorso basta ricordarne il passo principale e tentare di immaginare che effetto oggi farebbe un discorso dotato di analoga forza e franchezza. "Ci sono molte persone al mondo - dice quel passo - che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista: che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del progresso: che vengano a Berlino. Ce ne sono alcune che dicono, in Europa come altrove, che possiamo lavorare con i comunisti; che vengano a Berlino. E ce ne sono anche certe che dicono che sì, il comunismo è un sistema malvagio, ma permette progressi economici; che vengano a Berlino". Bene; allora il comunismo era considerato la più grave minaccia per la civiltà occidentale. Oggi quella minaccia non esiste più, ma al suo posto ne è sorta un'altra non meno pericolosa: quella del terrorismo islamista.

Per assumere, nei suoi confronti, un atteggiamento coraggioso come quello che allora fu espresso nel discorso berlinese di J.F.K. occorrerebbe dunque che l'Occidente manifestasse altrettanto apertamente, attraversoo la voce di un proprio leader, il suo diritto di contrastare la minaccia islamica. Ma potrà mai accadere che Obama, anziché dirsi incantato dal Corano, osasse al contrario sfidare apertamente il mondo musulmano a dimostrare che quel libro non contiene un preciso e circostanziato manifesto fondatore del terrorismo islamico? No, non potrà accadere: E questo per la semplice ragione che la retorica della "political corretness", ha praticamente distrutto le radici di quell'"american pride" che trovò in J.F.K, nonostante tutti i suoi difetti, un interprete straordinario.

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