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Speciale Elezioni 2008

la lenta agonia del comunismo italiano

E nessuno ora ci darà la ricetta per mangiare i bambini

Non lo sapremo mai. Nessuno ci dirà se occorresse speziare la carne con cumino o zenzero, se andasse sobbollita a fuoco lentissimo o saltata in una padella wok.

Nostalgico E non provate a telefonare alla Clerici o a Vissani: tutto inutile. I comunisti si sono estinti senza aver tramandato la ricetta per mangiare i bambini. E il primo a doversi dolere di questo buco nel menù è proprio Berlusconi, che sull'antropofagia rossa ci aveva costruito su una mitologia.
Non aveva capito niente, Silvio: perché i neo-post-sub-trans-nostalgici della Rivoluzione d'ottobre tutto avrebbero ingurgitato, tranne i bebè dei cosacchi. Era (e serve l'imperfetto, ormai) gente che a tavola pretendeva la tovaglia di Fiandra, i piatti di ceramica Serreguemines, i calici da vino in cristallo di Sudafrica, il Taittinger millesimato, le posate in argento saturnino. Niente a che vedere con le feste dell'Unità di Brescello, con Gino "Peppone" Cervi a bandire la gara di ruzzola, e poi fave e pecorino innaffiate di Lambrusco, e per chi vince la riffa il manifesto con l'immagine del Migliore. Se i comunisti italiani (variamente schierati nei trupponi elettorali) sono arrivati più vicini all'autodissoluzione di quanto non sia la Roma allo scudetto, la responsabilità è di chi ha pensato la genialata di cavalcare una strategia di «lotta e di governo», dove ministri e maggiorenti dell'estrema contestavano il premier della loro coalizione, ma senza rinunciare allo status di adepti della casta, al cachemirino, all'auto blindata, a saune, golden resort, happy hour e trastulli da bon vivant.
La sinistra italiana è morta dopo una trentennale, atroce agonia, risucchiata dal buco nero del "compromesso storico" berlingueriano, per quello strappo da Mosca che non costava solo un patto consociativo con la Dc, ma anche l'annientamento della memoria, la negazione di una lugubre appartenenza al sovietismo originario. Nel '53, in morte di Stalin, i togliattiani diffondevano un'elegia funebre in cui il dittatore veniva dipinto come «simbolo di una speranza di una nuova era fondata sulla convivenza pacifica delle nazioni, sulla libertà, sull'indipendenza, sulla pace». Vent'anni più tardi, dopo la rottura con l'Urss per perseguire la «via europea al socialismo», il Pci varava lo smantellamento dell'ideologia in favore di una plausibilità trendy e altoborghese, epurando i Cipputi e gli adoratori della P38, gli ultrà sindacali e i no global.
Nella sua trasformazione arborea da Quercia a Ulivo, il partitone non ha trovato più il terreno per le radici, bruciando man mano i rami secchi (quelli che invocavano il "continuismo minoritario") in fuochi destinati a spegnersi presto, ai margini del suo convivio solipsistico e intellettualoide. Un coté triturato prima dal Centrone veltroniano e poi dal suo stesso narcisismo. Dove l'hobby dell'antipolitica si mescola con un'ombra di passione civile, nel cocktail imbevibile del Rosso Godereccio; dove il logo arcobaleno fa pendant con le pareti del loft ma spiazza più dei ruzzinosi Falce & Martello, simboli negletti, perché nessuno degli elettori di OltrePd si sognerebbe di lavorare nei campi e nelle officine. Resiste giusto qualche poster del Che, ma per il suo fascino attoriale, come un Benicio Del Toro qualsiasi: della salute di Fidel nessuno chiede notizie, gli lp degli Inti Illimani giacciono invenduti su E-bay.
Da qualunque parte la si guardi, la scomparsa della sinistra priva la mappa politica italiana di un punto cardinale, utile riferimento anche per gli avversari. Lontano dai due blocchi, una rossa Waterloo. Dove la disfatta (tanto per non fare gaffe da manager) è di tutti quelli che vi hanno concorso, a vario titolo: gli sfrattati di Botteghe Oscure, gli intrepidi dell'ex Correntone, il subcomandante Fausto e quell'altro che voleva portare qui la mummia di Lenin. Per piazzarla in cantina, accanto ai vini pregiati.

Stefano Mannucci










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