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TOKYO PADRONA DEL MADE IN ITALY

La birra Peroni è giapponese

La birra Peroni è giapponese

La birra Peroni vanta 170 anni di storia

Dopo quasi un anno di trattative la bionda tricolore entra ufficialmente a fare parte del "Gruppo Asahi Europe". Ma la produzione resterà in Italia

Si è chiusa dopo quasi un anno di trattative l'acquisizione di Birra Peroni da parte del gruppo giapponese Asahi. È l'ultima di una serie di accordi che hanno rinsaldato i rapporti tra Tokyo e Roma. Sicuramente hanno giovato le due visite del premier Matteo Renzi in Giappone nei soli ultimi 18 mesi, e lo stesso ha fatto Shinzo Abe. Fiore all'occhiello di questo rinnovato dinamismo è stata l'acquisizione da parte di Hitachi di Ansaldo Breda ed Ansaldo Sts. Operazione da 2,2 miliardi, ha dato nuova linfa al polo ferroviario ex-Finmeccanica. Solo per Hitachi Rail Italy sono stati già realizzati investimenti per 10 milioni tra Pistoia, Reggio Calabria e Napoli, con progetti per altri 5 milioni pronti a partire. Agli nostri impianti italiani Hitachi ha poi destinato una commessa per le ferrovie inglesi, che affiancherà quella per i nuovi 300 treni regionali di Trenitalia. Garantita la piena occupazione, avviato uno scambio intenso di progetti e tecnologie, corredato da visite pressoché settimanali di delegazioni nipponiche. Si va nella stessa direzione con Peroni. L'operazione rientra all'interno di una maxi acquisizione da 2,55 miliardi di euro, che comprende anche Royal Grolsch e Miller Brands Uk da parte di Asahi, un gigante da 14 miliardi l'anno di fatturato. Tra il 2003 ed il 2005 Sab Miller spese per Peroni 410 milioni, l'investimento giapponese è stato superiore, ma non è stato reso noto. Peroni ha chiuso il bilancio al 31 marzo 2016 con 360 milioni di ricavi e un utile di 21,5 milioni. Anche dopo l'arrivo di Asahi produzione esclusivamente negli stabilimenti di Roma, Padova e Bari, e rifornimenti solo nella "malteria" di Pomezia.

Un'altra operazione giapponese nel nostro Paese ha poi coinvolto Mitsubishi, che nel 2015 acquisì da Dè Longhi il 75% di DeLclima per 664 milioni di euro. Sempre Mitsubishi Electric poi da aprile attraverso i nuovi centri di servizio costruiti in Italia ha avviato il supporto nella vendita dei sistemi Programmable Logic Controller e dei Servo System. Ancora Mitsubishi ha poi investito in Puglia, acquisendo la maggioranza del Conservificio Ar di Borgo Incoronata, che si occupa di lavorazione dei pomodori. L'anno scorso il gruppo Toray Industries aveva invece rilevato il 55% del capitale di Delta Tech, azienda che fornisce prodotti e servizi all'industria dei materiali compositi avanzati con sede ad Altopascio. Moririn Ltd è invece una società specializzata in fibre tessili, che ha annunciato nel 2016 il via ad una collaborazione con la Pettinatura Lagopolane, azienda che produce e commercializza di filati per tessitura e maglieria. Seiko Epson Corporation ha invece firmato attraverso Epson Italia, un accordo per l'acquisizione del 100% del capitale della Fratelli Robustelli, azienda meccanotessile italiana che progetta e produce macchine per la stampa industriale dei tessuti. Daikin a febbraio ha invece annunciato che pagherà circa 95 milioni per l'acquisto di tutte le azioni della mantovana Zanotti, specializzata in impianti di refrigerazione. Recentissimo invece l'accordo tra Rayon e Lamborghini, per lo sviluppo congiunto di un materiale polimerico rinforzato con fibra di carbonio per le automobili.

Proprio il settore automobilistico è sempre stato l'asse portante negli scambi tra Italia e Giappone. Marchi come Toyota, Nissan, Honda e molti anni sono protagonisti sul nostro mercato. C'è poi l'accordo tra Fca e Mazda che ha portato alla realizzazione della nuova Fiat 124 Spider. Il nostro Paese più che le auto, ha un consolidato rapporto con le aziende giapponesi per quanto riguarda la componentistica: stando ai dati Anfia, l'export vale 301 milioni di euro, in crescita del 26,4% e con un surplus commerciale di ben 82 milioni. Secondo i dati doganali, le esportazioni verso il nostro Paese sono invece salite del 13,6% nel 2014, e sono state pari a circa 3,61 miliardi di dollari, mentre le importazioni dall'Italia sono anch'esse salite, sia pure limitatamente a un modesto +3,4% nel 2015, ma fino al 2018 ci si aspetta un +5%. Anche perché si aprono nuove possibilità. Difatti, in un rapporto stilato da una task force governativa e pubblicato sul sito del Ministero degli Esteri giapponese, il Giappone dopo al Brexit potrebbe spingere le sue istituzioni finanziarie a trasferire le loro sedi da Londra in altri paesi europei. Il rapporto evidenzia che lo scorso anno quasi la metà degli investimenti del Giappone verso l'Ue ha avuto come destinazione la Gran Bretagna. Il rapporto sottolinea poi come, visto che Londra perderà l'Agenzia europea per i medicinali, per cui è in corsa Milano e per cui Renzi ha promesso massimo impegno solo ieri, l'attrattiva di Londra come ambiente ideale per lo sviluppo di farmaci andrebbe perduta, e ciò potrebbe costringere anche le aziende giapponesi a riconsiderare le loro attività commerciali.

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