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26/03/2016 06:05

PAESE IN SVENDITA

Agli stranieri anche il business di frutta e verdura

Più di mille negozi aperti nell'ultimo anno e mezzo. Il fenomeno dilaga senza alcuna regola

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«I controlli sono pochi e assolutamente insufficienti a contrastare un fenomeno in costante crescita – spiega Valter Papetti, presidente di Anva-Confesercenti – questi negozi sono aperti dalle 16 alle 18 ore al giorno e di sera vendono alcolici oltre l'orario che la legge consente. Per non parlare della frutta esposta all'esterno dei locali senza osservare alcuna delle più elementari norme igieniche e meno che mai indicando la tipologia e il prezzo come prevede la normativa». Insomma, una quantità infinita di infrazioni che assai di rado vengono sanzionate. Secondo l'ultima rivelazione dell'Upvad-Confcommercio, nella Capitale si contano oltre 5.500 attività gestite da stranieri nel commercio al dettaglio e all'ingrosso di ortofrutta e generi alimentari. Fatto salvo forse per quartieri come Parioli ed Eur dove il fenomeno è ancora raro, il resto della città è letteralmente tappezzato di negozi che parlano straniero. Solo a Monti ce ne sono 800 se alle frutterie si aggiungono pollerie, kebab e pizzerie a taglio; a San Lorenzo, nel II Municipio, i minimarket fanno la «guerra» ai locali in tema di vendita di alcolici e proliferano negli ultimi due anni al ritmo di una quindicina di nuove attività a semestre.

Nel V Municipio è stata superata quota 500 e poi nella zona Aurelio-Boccea: oltre cinquanta nuove attività del genere avviate solo nel 2015. Anno che ha visto la nascita di altrettante frutterie in centro, che stanno rimpiazzando i vari negozi che chiudono insieme alle attività gestite dai cinesi. Il boom è dovuto anche alla facilità di apertura e ai bassi costi di avvio di impresa. «Basta fare una scia di inizio attività e il negozio può aprire – conferma l'assessore al commercio del I Municipio, Jacopo Emiliani Pescetelli – i controlli subentrano solo in un secondo momento».

E non è un caso che, quando ci sono, le irregolarità fioccano e tra tutte la violazione delle norme igieniche e dell'occupazione di suolo pubblico. Ma anche sul piano fiscale i «giochetti» usati per non pagare le tasse sono molteplici. A cominciare dal più diffuso: battere per le bevande alcoliche lo stesso tipo di scontrino valido per i generi ortufrutticoli, che hanno però l'Iva al 4% e non al 22%. La Fiepet-Confesercenti a questo proposito ha presentato tempo fa un esposto alla Guardia di Finanza dopo che ha calcolato che su un importo di mille euro, questo stratagemma permette all'esercente straniero di mettersi in tasca ben 180 euro. Un bel gruzzoletto se si moltiplica per le migliaia di esercizi sparsi sul territorio.

Damiana Verucci






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