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18/02/2013 06:02

L’Italia all’ottavo posto negli appalti della Banca mondiale

L’Italia è uno dei principali aggiudicatari dei bandi della Banca Mondiale ma «gli altri paesi non stanno fermi: ci sono possibilità ma dobbiamo darci da fare». È l’invito formulato da Tindaro...

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L’Italia è uno dei principali aggiudicatari dei bandi della Banca Mondiale ma «gli altri paesi non stanno fermi: ci sono possibilità ma dobbiamo darci da fare». È l’invito formulato da Tindaro Paganini, consigliere del Direttore Esecutivo per l’Italia presso la Banca Mondiale, in Italia per una serie di incontri iniziato con il seminario organizzato dall’Agenzia Ice con l’obiettivo di presentare le attività del Gruppo Banca Mondiale e favorire la partecipazione delle nostre imprese. Nell’anno fiscale 2012 (che si è chiuso lo scorso 30 giugno) il nostro paese si è collocato all’ottavo posto per fornitura di beni, lavori civili e servizi di consulenza, con una quota del 3,9%, in crescita rispetto al 2011, con 42 contratti aggiudicati per un valore totale di 502,4 milioni di dollari. I paesi interessati sono stati in particolare l’Egitto (Giza North Power Project) e la Bielorussia (Road Upgrade). Visto da Washington, quello che si presenta è uno scenario piuttosto articolato, dove non tutte le opportunità offerte dal gruppo Banca Mondiale vengono colte appieno dalle aziende italiane. «Nel settore dei lavori civili - spiega Paganini - abbiamo imprese che sono appieno nel meccanismo della Banca, ma in altri settori, come quello delle consulenze, siamo abbastanza deboli, così come nella fornitura di beni, anche se quest’anno siamo posti bene per la vittoria di un singolo contratto in Egitto (ad opera della Stf di Magenta) ma è stato quasi un caso. L’Italia - ricorda Paganini - è sempre stata fra i primi 10 paesi per quota di contatti vinti, ma resta il problema di una conoscenza delle possibilità: le aziende informate e competenti sono poche, e quelle più piccole non riescono a "fare lobby", che non è un termine negativo, ma significa farsi conoscere, proporsi agli interlocutori della Banca Mondiale». La posta in gioco è alta con impegni annui che superano regolarmente i 40 miliardi di dollari e più di 1800 progetti in 120 paesi per un totale di quasi 100 mila contratti separati. Eppure le imprese italiane avrebbero un settore nel quale la loro supremazia è riconosciuta universalmente: quello della gestione del "Cultural heritag", «posto - spiega Paganini - proprio da noi italiani all’attenzione della Banca, a partire dalla fine degli anni '90 anche grazie a un importante finanziamento del nostro governo. È una nicchia di mercato, un cosiddetto fondo fiduciario che ha visto interessanti ritorni per le nostre aziende e che nel 2011 è stato ampliato con la partecipazione anche degli indiani». Sull'attività delle aziende italiane, tuttavia c'è il nodo del credito che grava sui progetti di espansione all'estero. Un nodo da sciogliere in fretta.

Redazione online






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