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Così lo Stato sta perdendo la sovranità

Politica e mercati finanziari si muovono con diversa velocità e sovranità. La crisi della contemporaneità in gran parte è dovuta all’assimetria tra questi due mondi. Nelle zone disconnesse del pianeta si combattono le guerre con gli eserciti, in quelle connesse dalla rete, i conflitti sono quelli dichiarati dai mercati. L’assenza di armonia tra Palazzo e Borsa ha creato un cortocircuito che ha bruciato i terminali della politica: si muove alla cieca. Mentre la finanza marcia rapida, comprimendo i tempi, accelerando e rallentando a proprio piacimento. Sì, ci sono gli azionisti, ma è proprio il gioco dell’utile ad alimentare il dispotico istinto della finanza a occupare spazi un tempo della politica. Questa è l’essenza della svolta tecnocratica. Lo sviluppo tecnologico è l’arsenale con cui i mercati aprono e chiudono cicli speculativi. Sono imperfetti, ma micidiali nella riproduzione di comportamenti distruttivi. La politica insegue. Ma quando ha la risposta pronta per la schermata A, il gioco è già passato alla schermata B. Lo Stato ha perso la sua sovranità durante questa rincorsa letale. Ogni mossa è in ritardo costante, esponenziale. L’Europa pompa centinaia di miliardi di euro per salvare Stati con apparati inefficienti, lenti e in buona misura irriformabili per effetto della demografia e delocalizzazione. Ieri la Grecia, oggi la Spagna. Poi il Portogallo e forse, quando la partita si farà ancor più dura, anche il gigante malato, l’Italia. Seguite la scia dello spread e gli articoli di Wall Street Journal e New York Times, sono le impronte digitali di un delitto in pieno svolgimento. E noi stiamo rischiando grosso.

 

Il Parlamento italiano è immerso nella nube sollevata da questo scontro di forze titaniche. Gran parte dei suoi componenti non sa cosa sta accadendo, è impegnato in minuetti che hanno la durata di un nanosecondo. Spazzati via dallo spread, dal compra e vendi, dallo swap, dall’asta e dal capital gain. È il linguaggio a forgiare un’epoca, dargli il suo carattere, stabilirne la cifra culturale e l’azione. Siamo al grado zero. Domina il dizionario della Banca e della Finanza. La politica è sommersa e non si è salvata. Per questo abbiamo un governo tecnico e non un esecutivo politico. I partiti si sono lasciati docilmente dominare senza neppure farsi ammaestrare. Illusi di riguadagnare lo spazio. Per questo cominciare oggi al Senato una discussione sul semipresidenzialismo senza avere in mente questo scenario non condurrà a nulla. Al massimo, alla paralisi di ogni iniziativa, alla diluizione del tempo restante, cioè di quello spazio utile per reagire. Tira una brutta aria sul nostro debito pubblico, se i partiti non trovano un accordo sulle riforme, facciano il minimo sindacale: votino una nuova legge elettorale che restituisca lo scettro al popolo.

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