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Il commissario Ue: "Dove prende i soldi per Opel?". Ed è bufera, ma in serata il dietrofront: le mie dichiarazioni sono state fraintese.
Ci hanno visto sempre come simpatici ma poco affidabili. Forti della precisione della loro tecnologia i tedeschi non hanno mai posto in dubbio la loro superiorità nel campo industriale rispetto alla piccola Italia più nota per spaghetti e mandolino. Così, probabilmente, il fatto che la superpotenza statunitense abbia bussato alla porta del Lingotto di Torino per rimettere in sesto quel che resta della loro industria automobilistica, ai tedeschi non è proprio piaciuto.
Ligi alla linea dell'understatement però finora dalla Germania non era mai trapelato con evidenza il logico nervosismo per essersi trovati, nel riassetto mondiale dell'auto, al traino del Belpaese. Fino a ieri quando la cortina di silenzio è stata rotta senza esitazioni dal commmissario all'industria Ue, Günter Verheugen, che ha accolto con scetticismo le indiscrezioni sul possibile interesse della Fiat per la Opel (General Motors). «Mi chiedo dove questa società altamente indebitata trovi i mezzi per portare avanti allo stesso tempo due operazioni di questo genere» riferendosi anche all'operazione Chrysler, ha sibilato. Un giudizio tranchant che nega con evidenza le enunciazioni ideali che si trovano scritte nel suo sito web: «A fianco del presidente Barrosso supervisiono gli sforzi della Commissione per instaurare le condizioni necessarie allo sviluppo delle imprese europee».
Già europee e non certo italiane avrà pensato Verheugen. Che con lindore inconsueto, e solo dopo una raffica di dichiarazioni al limite dell'incidente diplomatico da parte del governo italiano, ha affidato al suo portavoce Ton Van Llierop la replica: «Non capiamo tutte queste reazioni. Forse sono frutto di un fraintendimento». «L'intenzione era esprimere cautela sul giudizio dell'operazione su cui servirebbero maggiori informazioni» ha aggiunto il portavoce. Già se le macchine tedesche non sono più quelle di una volta questo vale anche per la teutonica fermezza. Come non leggere nelle parole un dietrofront per evitare contraccolpi a livello politico. Sull'incauto commissario sono arrivati gli strali, compatti, dell'intero establishment italiano. Per primo l'interessato, l'ad Marchionne: «Mi sarei aspettato un dialogo costruttivo con i produttori europei per risolvere i problemi che stanno impattando negativamente sull'industria invece di lanciare sentenze di morte, scegliendo unilateralmente chi debba sopravvivere». Tagliente.
A lui si è unito il ministro degli Esteri, Franco Frattini che ha definito l'intervento «un'interferenza nelle scelte industriali di soggetti privati, tanto più inaccettabile in quanto una delle aziende in questione è della stessa nazionalità del vice presidente della Commissione». Elegante Berlusconi: «No comment. Ha già commentato Frattini, sono in totale sintonia con lui». Poi i ministri. Ronchi: «Atteggiamento di estrema gravità». Scajola: «Dichiarazioni inaccettabili». Tremonti: «Il silenzio è d'oro». Morale: l'Italia dinamica fa paura. E per una volta il fronte italiano è compatto contro l'imperizia di un tedesco. Che può stare tranquillo. Per ora la sua amata Opel non la tocca nessuno. Fiat in una nota, chiesta dalla Consob, ha smentito ogni trattativa.
Filippo Caleri
25/04/2009