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Derivati, la mina vagante nei bilanci dei comuni

Se i piani miliardari di rilancio messi in cantiere negli Usa e in Europa non hanno trasmesso stimoli sufficienti alla ripresa del sistema produttivo ciò è in parte dovuto al fatto che gli importi sono considerati insufficienti a coprire i costi della finanza derivata.

A spingere per una soluzione in grado di sterilizzare i titoli «tossici» è stato il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, con la creazione di una «bad bank» in cui parcheggiare le migliaia di miliardi di valore che si celano nei bilanci delle aziende creditizie e sui è stata costruita ricchezza fittizia. Ma l'insistenza di Tremonti per una soluzione condivisa è figlia anche dai possibili effetti, sul bilancio pubblico italiano, dei derivati sottoscritti dagli enti locali. Non è un mistero, infatti, il ricorso da parte dei comuni a prodotti finanziari sofisticati per reperire fondi.

Qualche caso è già emerso nei comuni di Roma, Milano e Napoli. Ma il dibattito che ne è seguito si è tramutato in lotta politica e non ha risolto uno dei problemi di base: la difficoltà di previsione dei rischi per la mancanza di modelli in grado di dare un prezzo certo alle possibili perdite originate dai derivati. Una possibile soluzione è fornita dall'economista Gianni Ghedini, in un capitolo del libro Imprese e Bene Comune (ed. Franco Angeli): «Uno dei sistemi per stabilire il prezzo dei derivati è stato sviluppato negli Usa da Black-Sholes-Merton» asserisce l'autore che aggiunge però come «la comprensione e l'uso del modello richiedano necessariamente conoscenze di matematica applicata avanzata».

Un approccio che non ha però impedito lo scoppio di scandali finanziari negli Usa come il caso Enron e la bolla dei mutui subprime. Anche applicando modelli complessi, dunque, i rischi insiti nei bilanci locali potrebbero sfuggire all'esame dei revisori. Non solo. Ad aumentare i pericoli la peculiarità dei criteri contabili con cui sono redatti i conti di comuni, province e regioni. Questi vanno fatti seguendo le regole del Testo Unico degli Enti Locali (diversi dai principi richiesti dall'Ue denominati Sec 95) e che, oltre a rendere necessaria una conversione annuale dei dati per adeguarli agli standard europei (con costi supplementari) non consentono di rilevare l'impatto dei contratti di finanza derivata.

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