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Fiat chiusa un mese. L'indotto trema

Fiat chiusa un mese. L'indotto trema

Uno stabilimento Fiat

Impianti chiusi quindi fino a lunedì 12 gennaio tranne che per lo stabilimento di Mirafiori dove lo stop durerà una settimana in più del previsto. I lavoratori rientreranno in fabbrica, secondo fonti sindacali, lunedì 19 gennaio, anzichè il 12


Restano a casa nel dettaglio (i dati sono della Cgil) 5.400 dipendenti di Mirafiori, 3.200 di Cassino, 1.480 di Termini Imerese, 5.600 di di Melfi, 5.300 di Pomigliano, 7.000 della Sevel, 5.100 dell'Iveco, 7.500 della Powertrain, 1.800 della Fma di Pratola Serra, 11.000 della Magneti Marelli e della Ergom.
Lo specchio della crisi è Mirafiori e la Fiat Auto, ma il vero fulcro è la componentistica: sono circa 200.000 in Italia, a oggi, i lavoratori in cassa integrazione. A fornire il dato è la Fiom di Torino, secondo la quale per ogni lavoratore degli stabilimenti Fiat ce ne sono quattro nelle aziende della componentistica auto.


«Per la prima volta - afferma il segretario generale della Fiom torinese, Giorgio Airaudo - sono contemporaneamente in crisi auto, veicoli commerciali, camion e macchine movimento terra. E, sempre per la prima volta, non è in crisi solo un produttore ma tutti i produttori europei, che chiudono da un minimo di 2 settimane a un massimo di sei. Questa volta la crisi Fiat non viene compensata dal fatto che le aziende si sono diversificate e hanno clienti diversi».


«Serve un forte intervento pubblico - sottolinea Airaudo - e, in questo senso, va bene la proposta del sindaco Chiamparino di commesse pubbliche di bus a metano. È però anche necessario un vincolo di prospettiva che impedisca che un eventuale matrimonio si porti via in dote fuori dall'Italia stabilimenti e know how della Fiat. Per fare questo dobbiamo candidarci a produrre auto a basso impatto ambientale e a zero emissioni».


«La situazione è un vero disastro - afferma Roberto Di Maulo, segretario generale della Fismic - e ovunque i governi stanno mettendo in campo interventi a sostegno del settore. Mi sembra irrazionale non farlo in Italia, anche perchè si tratta di un'industria ormai globalizzata»».

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