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«La Cgil fa politica non sindacato»

Noi vogliamo arrivare a un accordo ma se la Cgil si tira fuori sarà la Confindustria intera a decidere su una eventuale rottura». Alberto Bombassei, il vicepresidente della Confindustria che porta avanti la trattativa sulla riforma della contrattazione, è preoccupato dalle dichiarazioni belligeranti della Cgil.
Le dichiarazioni di Epifani non fanno sperare nulla di buono per la trattativa. Come pensate di raggiungere un'intesa?
«Qui si tratta di ridefinire le regole della contrattazione eliminando le occasioni di conflittualità. Insomma di fare dell'Italia un Paese moderno. Inoltre ci sono in gioco 2 miliardi di euro che sono i fondi messi a disposizione dal governo per la detassazione e la decontribuzione di premi aziendali e straordinari. Noi vogliamo che queste misure da provvisorie diventino strutturali. Ma perchè ciò sia possibile è necessario l'accordo sui contratti».
Lei ha indicato il 30 settembre come scadenza per l'accordo. È un ultimatum già alle spalle?
«Non c'era l'intenzione di dare un ultimatum. Il 30 settembre ma anche i primi di ottobre è la data ultima per la presentazione della Finanziaria e per avere la possibilità di inserire la norma che renda strutturali detassazione e decontribuzione di straordinari e premi aziendali. La Cgil opponendosi alla riforma della contrattazione non fa un buon servizio ai lavoratori. E dicendo no non ne ricava nemmeno un vantaggio politico. Ci stupisce che a fronte della disponibilità di una cifra importante per i lavoratori, la Cgil preferisca seguire una strada politica».
Se la Cgil si impunta, andrete avanti solo con Cisl e e Uil?
«C'è un atteggiamento differente da parte di Cisl e Uil da un parte rispetto alla Cgil. Cisl e Uil hanno un approccio costruttivo, vogliono raggiungere un accordo. La Cgil ha già detto che non è d'accordo su niente, ha definito sovietico il documento che abbiamo presentato e è arrivata a contestare addirittura il titolo. Siamo al tredicesimo incontro. Siccome si tratta di cambiare le regole della contrattazione è auspicabile un accordo con tutti e tre i sindacati. L'incontro di domani (di oggi, ndr) sarà il momento della verità, servirà a capire se c'è buona volontà da parte della Cgil. È un'occasione unica per l'ammodernamento del Paese, significa il passaggio da un sistema di relazioni industriali con conflittualità a un sistema di collaborazione con un maggiore coinvolgimento dei lavoratori ai risultati aziendali. Se la Cgil non ci sta, sarà l'intera Confindustria, i vertici, a decidere su una rottura con il sindacato di Epifani. In gioco ci sono gli aumenti salariali e l'incremento della produttività».
Si può parlare di aumento della produttività con la crisi americana? Che impatto avrà sull'economia italiana?
«È difficile fare una valutazione, nessuno al momento azzarda previsioni. La bocciatura da parte del Congresso del piano di Bush, è scioccante. L'Italia però è meno esposta di altri Paesi».
Vuol dire che lei non è preoccupato?
«Dico che non bisogna drammatizzare. Il sistema imprenditoriale italiano è solido e ha grande capacità di risposta alla crisi. All'inizio dell'anno il Centro studi di Confindustria ha fatto delle previsioni sull'andamento dell'economia meno positive di altri istituti ma che poi si sono rivelate più realistiche».
Non c'è il rischio che le imprese reagiscano alla crisi tagliando gli investimenti?
«È doveroso essere prudenti, non è un fatto negativo».

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