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Giuseppe Failla Chi conosce Matteo Arpe lo descrive ...


Oltre alla pruderie che accompagna questo genere di chiacchiere, il toto poltrona partiva dal presupposto che fosse assetato di rivincita dopo la chiusura turbolenta del suo rapporto con Cesare Geronzi.
In realtà Arpe vuole la sua rivincita alla guida di Sator. Il nome in latino significa "colui che semina" o "colui che coltiva". È una società finanziaria composta da un Hedge Fund, già attivo, da un fondo di Private Equity, che chiuderà la prima fase della raccolta entro il 2008, e da un fondo Real Estate, che vedrà la luce nel primo trimestre del 2009.
In molti non capiscono perché Arpe abbia scelto di non mettersi in gioco in una fase in cui c'è fame di banchieri capaci.
Insieme a Sergio Marchionne, Arpe è l'uomo di finanza italiano più conosciuto e apprezzato all'estero. Bocconiano, classe 1964, entra in Mediobanca a 23 anni e in breve tempo viene promosso direttore centrale.
Pupillo di Enrico Cuccia, è lui a organizzare la parte finanziaria dell'Opa lanciata dalla razza Padana di Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti su Telecom.
Leggenda vuole che i festeggiamenti per la riuscita dell'operazione si tennero proprio nello studio di Arpe e uno dei tappi delle bottiglie di champagne stappate per l'occasione cadde su un capannello di giornalisti che attendevano davanti alla sede di Mediobanca.
La sua uscita, nel 2000, secondo quanto si racconta, fu causata dalla richiesta di una promozione (e di un aumento di stipendio) ritenuta inaccettabile dall'allora amministratore delegato Vincenzo Maranghi.
Il calvinismo di Maranghi era tale che quando nel 2003 ha lasciato Mediobanca dopo 18 anni di servizio ha preteso di non ricevere alcuna buonuscita. Prima di approdare alla corte di Geronzi, Arpe ha fatto un passaggio in Lehman Brothers, oggi sua socia in Sator.
Da quando è arrivato sulla plancia di comando alla sua uscita da Capitalia nel maggio del 2007 la capitalizzazione della banca romana è passata da 2 a 20 miliardi (cui vanno aggiunte svalutazioni per altri 7). Nei primi anni della sua guida di Capitalia i rapporti con Cesare Geronzi sono ottimi. Peggiorano notevolmente fra il 2006 e il 2007. Nel 2006 Arpe stronca le ambizioni di Giovanni bazoli e Corrado Passera che volevano il matrimonio fra Capitalia e Banca intesa. Il fuoco di sbarramento di Arpe è violentissimo e culmina col superamento di Capitalia della soglia del 2% nel capitale di intesa una mossa che, in virtù della legge sulle partecipazioni incorciate, rende di fatto impossibile ogni mossa ostile di Intesa su Capitalia. Alla base della contrarietà di Arpe al matrimonio con Intesa (e poi anche con Unicredit) vi è la coinvinzione che per Capitalia fosse più conveniente una strategia stand alone, a meno di un'offerta irrinunciabile. Se all'epoca non pochi credevano che la scelta fosse dettata da motivi personali, i fatti in seguito gli hanno dato ragione.
Mps, l'ultima a muovere sullo scacchiere del risiko, ha pagato nove miliardi di euro Antonveneta che pochi mesi prima era stata acquistata dagli olandesi di Abn Amro per sei miliardi. I tre miliardi di differenza si spiegano con il fatto che Antonveneta era, a consolidamento quasi terminato, un bene "scarso".
Se Capitalia fosse rimasta l'ultima preda disponibile di un certo rilievo il suo prezzo sarebbe cresciuto enormemente. Gli esegeti arpiani spiegano che al progetto di Capitalia Solitaria il banchiere abbia sacrificato anche le proprie ambizioni personali.
Fonti bene informate raccontano che nel 2007, poco prima che la fusione con Unicredit fosse messa in cantiere, gli uomini di Abn Amro avessero proposto ad Arpe la fusione di Capitalia in Abn.
Il momento era delicato visto che Cesare Geronzi aveva subito una sospensione giudiziaria dalle cariche.
Prima che si tenesse l'assemblea per il reintegro, gli olandesi fecero la loro offerta. Arpe avrebbe avuto il comando della nuova banca con l'obiettivo di risanarla prima che, come puntualmente accaduto, divenisse preda di appetiti esterni.
L'operazione nel lungo periodo avrebbe potuto trasformarsi in una fusione inversa nella misura in cui la banca olandese, una volta risanata, avrebbe avuto una preponderante anima italiana.
I meno benevoli nei suoi confronti vedono nel rifiuto di questa operazione una clamorosa mancanza di visione prospettica e il secondo errore della sua carriera, dopo l'uscita da Mediobanca.
Altri imputano la scelta a un eccesso di testardaggine. Dalla sfera privata a quella pubblica di Matteo Arpe arrivano delle descrizioni della sua persona apparentemente antitetiche.
Matematico prima ancora che banchiere, Arpe ama e studia i numeri primi. Calcisticamente agnostico, adora la barca a vela e adora portarci i suoi due figli. Viene descritto come un padre premuroso, affettuosissimo e molto presente e come un amico gioviale e di compagnia. Sul lavoro è un capo presente ma esigentissimo, pignolo al limite del parossismo. È un negoziatore abilissimo e di una durezza quasi brutale che chiude le trattative pronunciando la frase "game over".
Il suo dna mediobanchesco fa si che nessuno, neanche i suoi più stretti collaboratori, conosca le sue idee politiche. Ha un buon rapporto con Walter Veltroni, consolidatosi all'epoca della firma della Carta Etica di Capitalia.
Arpe apprezza il numero uno del Pd anche perché è uno dei pochi politici che non lo hanno mai chiamato per chiedere favori.
Arpe è molto stimato anche da Silvio Berlusconi. Recentemente Luigi, il figlio del premier, ha fatto un breve stage negli uffici milanesi di Sator.

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