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Marchionne prepara la manovra-bis per rilanciare Fiat prima dell'addio

Marchionne prepara la manovra-bis per rilanciare Fiat prima dell'addio

Marchionne

Tutto questo con i dati sulle immatricolazioni che ieri per Torino hanno segnato una flessione del 16,5%. Ma non è un mistero che nel clima di debolezza economica, il settore Auto sia più penalizzato di altri. Basta andare a Detroit e chiedere a General Motors, Ford e Chrysler. Un tracollo. Le quotazioni di Gm a Wall Street sono addirittura ai minimi degli ultimi 53 anni.


Già, proprio la stessa General Motors che preferì pagare profumatamente Fiat per non acquistare la sua divisione Auto. Quella trattativa è rimasta agli annali come «il capolavoro di Marchionne». Ora però, a 4 anni di distanza, ne servirebbe un altro.


Nel «capolavoro» il manager si fece pagare 1,55 miliardi di euro da Gm per non esercitare l'opzione put che avrebbe obbligato gli americani a comprare il restante 90% di Fiat Auto. «Noi avevamo 3 avvocati, loro un esercito» - ricorda ancora Marchionne. Quel giorno il capo supremo di Gm, Rick Wagoner, se lo ricorderà per tutta la vita.

È il 14 dicembre del 2004. Arriva a Zurigo di buon mattino e a mezzogiorno fa il suo ingresso all'Hotel Renaissance, luogo dell'appuntamento con gli uomini della Fiat, a pochi passi dalla sede svizzera di Gm. Sul tavolo l'opzione put che Fiat minaccia di esercitare e che per gli americani invece non vale nulla perchè mesi prima il Lingotto aveva venduto Fidis e avviato una ricapitalizzazione. A dispetto dei suoi quasi due metri di altezza, Rick sfugge agilmente dalla guardia dei giornalisti italiani lasciando l'hotel dalle cucine. Chiama Marchionne e lo costringe a far cambiar rotta all'aereo privato appena partito da Torino con a bordo il management del Lingotto. Che atterra al piccolo aeroporto di Friedrichshafen, sulla sponda tedesca del lago di Costanza, per poi recarsi in una residenza tedesca poco distante.


Marchionne mette alle corde Wagoner e da lì parte il rilancio di Fiat. Le parole di Luca Cordero di Montezemolo furono una profezia: «Adesso siamo di nuovo un'azienda tutta italiana. Finalmente torniamo a parlare di prodotto». E il rilancio della prima industria italiana porta il titolo dai 4 euro del 2005 fino ai 23 euro del luglio 2007. Il «capolavoro» ha bisogno di un bis e Marchionne lo sta preparando in ogni dettaglio. «Se non porto risultati, io guadagno zero - rivendica l'amministratore delegato della Fiat - e non ho un contratto che mi protegge. Io sono il più precario della Fiat».

Frasi pronunciate nemmeno un mese fa a Trento nel corso del Festival dell'Economia. La seconda cura Marchionne per guarire Fiat ha già individuato la medicina giusta. «Quando il sistema istituzionale comincia a creare ostacoli per ragioni di potere una multinazionale come la Fiat si sposta perché il mercato non può aspettare che qualcuno prenda il tempo per condividere degli obiettivi». Eccola la medicina: nuovi mercati da aggredire attraverso joint venture. Soprattutto in Cina e India. Senza però dimenticare il Brasile e la cara e vecchia Europa. Non a caso la Fiat ha imboccato da tempo la strada dei nuovi prodotti come la Lancia Delta. Un marchio che vuole consolidare la presenza in Germania, un Paese storicamente difficile per la casa torinese, che però non è disposta a rinunciare al più importante mercato automobilistico d'Europa.

La società del gruppo Fiat conta di vendere 10.000 vetture sul mercato tedesco entro il 2010 e una spinta potrebbe arrivare da Richard Gere, testimonial della campagna pubblicitaria. Se i grandi colossi automobilistici mondiali hanno avviato un corposo programma di tagli al personale per recuperare la liquidità da investire, Marchionne rivendica le 6.400 assunzioni compiute in questi anni dal suo gruppo. E invoca regole certe e restrittive perché non ci si trovi di fronte in futuro a una crisi analoga a quella attuale innescata dai mutui subprime: «Sono stati creati prodotti di tutti i tipi in mano a tutti.

Sui mercati finanziari - afferma l'amministratore delegato di Fiat - il rischio inerente a questo sistema è enorme per tutti». Intanto bisogna fare i conti con i report delle banche d'affari che consigliano agli investitori di abbandonare il comparto Auto. Credit Suisse si aspetta un declino del 5% degli utili del settore auto europeo nel 2009, a causa di fattori esterni avversi come la corsa dei prezzi del petrolio. Ecco perchè gli esperti hanno tagliato in media del 14% le stime di utili per azione delle case automobilistiche europee per il 2009, facendo precipitare le quotazioni in Borsa di Daimler, Renault, Bmw, Peugeot, Volkswagen, Michelin e Porsche.

E le sirene svizzere che preoccupano Fiat non sono finite. Il colosso bancario Ubs, colpito pesantemente dalla crisi dei mutui subprime, continua a corteggiare Marchionne che a livello internazionale ha ormai acquisito la fama di «risanatore». Da mesi provano a chiedergli di diventare presidente. Da mesi l'amministratore delegato Fiat risponde «grazie, no, sto bene al Lingotto».


Tutto finito? Pare di no. Marchionne recentemente è stato nominato vicepresidente non esecutivo di Ubs. Per il gruppo di Zurigo, che solo nell'ultimo trimestre 2007 ha perso 12,4 miliardi di franchi e dovrà procedere a un aumento di capitale da 13 miliardi, la nomina è una mossa di garanzia oltre che di immagine.
Per Torino, è un ulteriore riconoscimento del «valore globale» del suo top manager, come ammette il presidente del Lingotto, Luca Cordero di Montezemolo: «È una scelta che testimonia il prestigio di Marchionne anche in ambiente finanziario. E mi fa ancora più piacere sapere che questo prestigio lo porta ad assumere un ruolo non operativo».


Già. Perché in casa Fiat sanno benissimo di dover fronteggiare le speculazioni sul futuro dell'amministratore delegato. Non è un caso che il presidente del maggior gestore mondiale di patrimoni resterà in sella solo per un anno e la scadenza coincida con quel 2009 che vedrà pure il rinnovo del board Fiat. La domanda sorge spontanea: quanto resterà Marchionne?


Lui conta di rimanere al Lingotto «almeno fino al 2010», data di scadenza del suo secondo piano industriale torinese, «e se possibile ben oltre». Intanto ieri ha confermato i target del gruppo torinese per il 2008 e il 2009.
La stessa vicepresidenza Ubs, d'altra parte, l'ha accettata perché «è un ruolo totalmente compatibile con il mio impegno a tempo pieno come amministratore delegato Fiat, dove continueremo il cammino che sta portando al completo rilancio internazionale del gruppo».

Che passa dall'obiettivo di vendere 60 mila Grande Punto all'anno dal 2009. Forse anche per questo Marchionne non ha esercitato il diritto su quelle 3,56 milioni di opzioni che gli garantirebbero (al prezzo di 6,58 euro per azione) una buonauscita di oltre 22 milioni di euro. Non è solo una questione di prezzo. E quando ci sono le opzioni di mezzo, Marchionne sa sempre cosa fare. Basta domandare a Wagoner.

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