Oltre la burocrazia, è la sua parola d'ordine. Perché bisogna recuperare gli investitori stranieri e lo sviluppo interno. Tomat, che è anche in pole per la futura presidenza di Confindustria Veneto, spiega che oggi l'Italia può risollevarsi con il federalismo.
Tomat, oggi un partito con un'attenzione particolare al Nord, la Lega, può vantare un'importante numero di rappresentanti in Parlamento. Con questi numeri, cosa si può migliorare?
«È il momento in cui dobbiamo pensare a quello che possiamo offrire noi all'Italia. Possiamo porci come modello di riferimento virtuoso. La nostra è un'area che ha già fatto la sua esperienza di buona gestione. In Italia, dobbiamo essere chiari, serve avere coscienza della necessità di affrontare un rinnovamento che comporterà sacrifici. Il nostro Paese ha delle aree di eccellenza da utilizzare, altre aree, invece, sono delle sacche di arretratezza con poca visione di sviluppo».
Con quali strumenti proverebbe a perseguire obiettivi di crescita?
«Dobbiamo produrre più reddito, distribuirlo tra i lavoratori e garantire un alto livello d'impresa. Questo incrocio magico si può trovare con quelle politiche che si concentrano su lavoro e fiscalità. Produrre più reddito vuol dire fare uscire dalla crisi le fasce più basse, per consentire alla fascia media che è quella più colpita, ma che fa da traino, di ridiventare classe media. Spendiamo la nostra ricchezza in servizi, salute e istruzione. Capiamo che ogni euro speso deve raddoppiarsi. Guardando alla compagine di governo io credo che ci siano gli elementi per fare una politica adeguata. La ricetta dei Paesi che ci stanno superando non ha nulla di spettacolare, è legata a elementi semplici: efficienza nello sfruttamento delle risorse, accountability nei confronti del cittadino e sostegno alle imprese».
Le parti sociali che ruolo avranno?
«Serve una riforma del rapporto privato di lavoro, non possiamo avere così tanti contratti. E sono contento che oggi anche Epifani si è messo su una corrente riformista. Bene, perché siamo fermi a vent'anni fa, spesso con contenuti ideologici che non c'entrano niente con ricchezza e benessere».
Come riusciamo ad attrarre, o recuperare, investitori stranieri?
«Il nostro problema è la burocrazia. Siamo incapaci di creare le condizioni perché qualcuno venga a insediarsi da noi. Abbiamo una miopia pazzesca nel comprendere la complessità dell'avviamento di qualsiasi cosa in Italia. Viviamo con un corpo normativo medioevale. Questo Paese ha grandi potenzialità, ma abbiamo bisogno di visione. Sono i nostri comportamenti collettivi a essere starati».
Il Nord è un caso a parte? Può essere un esempio?
«Sì, anche perché ci deve pur essere qualcuno che si fa avanti. Dobbiamo sviluppare il tema del federalismo, del modello regionale. Torniamo sempre sul problema della burocrazia: dobbiamo ridurre del 30% l'apparato burocratico. Oggi otterremmo dei benefici pazzeschi. Dobbiamo pensare che questo territorio-pilota è uno dei tre che tiene in piedi il Paese. Non possiamo fermarci per aspettare gli altri. La centralità del Nord Est è essenziale per trasferire determinati processi in tutta Italia».
Il Nord Est come centro sperimentale?
«Sì. Se devo fare un cambiamento organizzativo in un'azienda lo testo prima in un settore».
Converrebbe fare una Confindustria del Nord Est?
«Abbiamo già un sistema di rappresentanza territoriale che funziona. A livello provinciale portiamo avanti questo processo, ma per vedere una Confindustria del Nord Est, e non lo scudo, il processo è ancora lungo. L'obiettivo è arrivare al minimo di struttura e massimo di servizio».
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01/07/2008