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Grandi manovre sulle Generali. Bernheim sotto tiro. Ma i francesi non mollano


Il manager è garante degli interessi francesi e dei precari equilibri con i soci italiani nella compagnia assicurativa. Una sicurezza per proteggere da mani nemiche lo scrigno che custodisce una bella fetta delle ricchezze d'Italia. Ecco perché non sarà facile defenestrare Bernheim. La maggiore assonanza tra Berlusconi e il presidente francese Sarkozy, già evidenziata sul tema Alitalia, potrebbe fornire all'anziano manager una sponda politica di gran rilievo. Eppure molti fucili sono puntati sul 26 aprile, giorno in cui è prevista l'assemblea del Leone di Trieste.
Il tentativo è chiaro: costringerlo alla resa fregiandolo della carica di presidente onorario. Al suo posto (forse) Claudio Costamagna, il banchiere prodiano ex Goldman Sachs (una delle grandi banche di investimento mondiali) che collaborò con Cesare Geronzi in occasione della fusione tra Capitalia e Unicredit. Una mossa strategica che ora potrebbe dare i suoi frutti: Geronzi, uno dei pochi banchieri stimati da Berlusconi, è presidente del Consiglio di Sorveglianza di Mediobanca, primo socio delle Generali.
Le trattative per garantire un nuovo assetto tra Milano, Roma e Parigi vanno avanti sotto traccia ma il carattere spigoloso di Bernheim accende gli animi. Basta un esempio: al brindisi natalizio con i dirigenti, Bernheim rivelò che tra gli azionisti di Generali allignavano dei mafiosi. Vincent Bolloré, potentissimo socio francese di Mediobanca, saltò sulla sedia. Appena un mese prima aveva ribadito il suo legame di ferro col presidente di Generali: «Dietro tutto quello che faccio, c'è sempre Antoine».
Il finanziare bretone ha cambiato idea e capito che la scadenza naturale dell'attuale consiglio di Generali nel 2010 non sarà rispettata. Nemmeno Tarak Ben Ammar, prezioso e affabile rappresentante dei soci francesi a piazzetta Cuccia, ha provato a rimettere insieme i cocci.
Anche perchè su Bollorè è partito il pressing di Unicredit, Intesa SanPaolo e degli altri soci forti delle Generali: Bernheim deve farsi da parte. E c'è di più. Emilio Botin, presidente dello spagnolo banco Santander, ha intimato a Bollorè di incontrare Davide Serra, colui che alla testa del fondo Algebris ha definito inadeguata la governance delle Generali e deludenti i risultati finanziari ottenuti.
Algebris è la spina nel fianco nella lotta tra i poteri forti che si sta scatenando nelle Generali. Il fondo, che detiene lo 0,6% del gruppo assicurativo ma che ha fatto capire di poter convogliare quote considerevoli degli scontenti, affila le armi alla vigilia dell'assemblea di aprile minacciando un assalto per conquistare il Leone di Trieste.
Bollorè corre ai ripari e potrebbe scaricare Bernheim per fare un favore a Geronzi e Costamagna. Via alle larghe intese sull'asse Geronzi-Bollorè. Bernheim, però, non molla. Attacca gli hedge fund che lo accusano di «non essere aggressivo negli investimenti» sostenendo la tesi che Generali è da sempre considerato un titolo per «cassettisti» vale a dire un bene da comprare e mettere da parte perchè si rivaluta con il passare del tempo.
Un investimento sicuro per il popolo dei risparmiatori al pari di un Bot o di un immobile. Parole che non convincono alcuni operatori. Basta fare un'analisi su cosa ha in pancia il Leone di Trieste. Tanto. Non solo un sostanziale flusso di cassa che deriva dal fatto di essere leader in Italia e in Europa nel settore assicurativo, ma anche immobili di prestigio ben posizionati nei centri storici delle principali città italiane, francesi, tedesche e austriache. Una dote che secondo le stime vale 23 miliardi di euro.
A far gola però non è solo il fatto che dentro alla cassaforte ci siano molti gioielli. Ma anche il fatto che la società, sebbene protetta da blocchi di azionisti coesi tra loro, è assolutamente contendibile. Il timore di assalti al cuore finanziario di Trieste lo espresse qualche tempo lo stesso Bernheim: «Se il 30% del capitale è in mani italiane, la grande maggioranza delle azioni è nei portafogli che contano: fondi pensione, fondi esteri anche anglosassoni».
I soci francesi escludono, almeno ufficialmente, l'esistenza di problemi con la presidenza Bernheim. In fondo, Generali in Francia è il secondo operatore e ha chiuso il 2007 con un utile di 505 milioni di euro, in aumento del 25% rispetto all'anno prima.
Ma il grande vecchio è sotto assedio. Come poche settimane fa a Parigi. L'occasione è stata il conferimento ad Antoine Bernheim delle insegne di cavaliere di gran croce dell'ordine al merito della repubblica italiana. Al termine della cerimonia, rimasti soli nel salone d'onore dell'ambasciata italiana, il presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa SanPaolo, Giovanni Bazoli, il numero uno della Giovanni Agnelli & C., Gianluigi Gabetti, e il presidente del Consiglio di Sorveglianza di Mediobanca, Cesare Geronzi ne hanno approfittato per una fitta conversazione con Bernheim.
Nella scacchiera ci sono molti pezzi grossi in gioco. Sul fronte Mediobanca si rafforza l'asse fra Cesare Geronzi, Salvatore Ligresti, Fininvest e i soci francesi di Bollorè e Ben Ammar. Un blocco che tenterà di avere un ruolo chiave sia nel rinnovo del sindacato di Piazzetta Cuccia (2009) sia nella ridefinizione dell'assetto delle Generali. L'amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, ha gettato acqua sul fuoco: il management di Trieste, «da Bernheim a Perissinotto e Balbinot, sta facendo un lavoro encomiabile e hanno tutti il nostro sostegno». Bernheim ne aveva preso atto con una battuta: «Sull'età non posso lavorare, sul resto sì».
Ma stavolta il vecchio Antoine rischia di perdere la poltrona.

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