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Cirio alle corde, non resta che la vendita

Respinto un piano di Cragnotti di ristrutturazione. Si cerca un compratore. Non escluso lo spezzatino


Le attività principali, quella di trasformazione del pomodoro (marchi Cirio e De Rica) e quella della frutta lavorata (Del Monte) sono in piena salute dal punto di vista industriale.
Ma la crisi finanziaria del gruppo - con un rapporto debito-fatturato e debito-capitale proprio «spropositato» - non consente che una strada: quella delle dismissioni delle sue attività, sia centrali che periferiche. La società non può farcela da sola, e anche vendendo i suoi asset non strategici il suo debito è tale da far apparire «molto difficoltoso», si legge nella relazione dei commissari, il ritorno «in bonis» delle imprese.
I commissari Luigi Faregna, Mario Resca e Attilio Zimatore hanno messo fine a un ultimo tentativo, da parte di Sergio Cragnotti, di restare in scena, rigettando una proposta di ristrutturazione giunta da tre avvocati dell'entourage dell'ex patron della Cirio. Saranno probabilmente loro a guidare la Cirio in questa nuova fase. Dal '94 sono passati a Cragnotti & partners quasi 800 milioni.
Si dà per scontato il via libera del tribunale alla Prodi-bis. I tre commissari se confermati dovranno cimentarsi con la parte più difficile dell'imprese: trovare un compratore che sia italiano, innanzitutto, e che sia disposto ad accollarsi il gruppo nella sua integrità con tutti i suoi debiti. Pur definendo preferibile la via della cessione in blocco e a compratori italiani, lo stesso Resca non ha escluso che la Del Monte, le cui attività sono dislocate su quattro continenti, possa finire in mani straniere, nè che l'esito finale, in mancanza di un compratore in blocco, sia quello dello spezzatino».
Il nome che si fa negli ambienti vicini alla società è quello della Barilla, che appare l'unico gruppo italiano in grado di mettersi a capo delle attività multinazionali della Cirio. L'altra sfida è quella rappresentata dagli obbligazionisti: la Prodi-bis congela i debiti allo scopo di rimettere in piedi l'azienda. In proposito Resca si è limitato a notare che l'amministrazione straordinaria «consente di soddisfare molto meglio i creditori di quanto possa essere un eventuale fallimento» e, a proposito degli oltre 500 milioni di euro volatilizzati, che «se ci fosse la possibilità di recuperarli in toto la situazione sarebbe migliore per tutti».

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