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di FABRIZIO DELL'OREFICE SULLA copertina c'è ancora scritto "riservato".

Una trentina di pagine messe a punto dal ministero degli Esteri e che s'intitolano «Piano per la ricostruzione e lo sviluppo dell'economia palestinese». E un sottotitolo eloquente: «Un nuovo approccio operativo».
Il piano Berlusconi, infatti, capovolge il metodo di aiuto fin qui utilizzato: non più dall'alto verso il basso ma dal basso verso l'alto. «Aiutare le nostre imprese a portare lavoro e sviluppo in Palestina» è lo slogan. Non più dando soldi ai dirigenti palestinesi ma finanziando la costituzione di un sistema produttivo, imprenditoriale, creditizio e la nascita di una pubblica amministrazione efficiente.
Quanto costa. Due gli scenari. Nella migliore delle ipotesi, con la pace e l'avvio di negoziati, il piano prevede un impegno di 2640 milioni di euro (2090 da spendere, 550 da impegnare). Nella peggiore delle ipotesi, ovvero rimanendo tutto così com'è, 3047 milioni di euro (2917 da spendere, 130 da impegnare).
Perché intervenire. «Senza sviluppo economico la convivenza pacifica tra israeliani e palestinesi rimarrà una chimera», è scritto.
Il nuovo approccio. Innanzi tutto è necessario rimuovere «le strozzature del sistema economico palestinese»: mancanza di un sicuro mercato estero di sbocco, di know-how tecnologico e manageriale, di un quadro normativo certo, di capitali e il costo elevato nella mobilità.
Sostegno alle imprese. «Per rendere interessanti i Territori agli investitori stranieri - si legge nel piano Marshall italiano - è indispensabile offrire un quadro di incentivi molto forti. In particolare è necessario creare un fondo di garanzia per gli investimenti». «Gli incentivi dovrebbero essere destinati prevalentemente agli investimenti nelle piccole e medie imprese che costituiscono l'ossatura dell'economia palestinese». Su 56mila aziende, infatti, 50mila sono a conduzione familiare o hanno meno di dieci dipendenti.
Il fondo. Dovrebbe avere una dotazione iniziale di 100 milioni di euro, per salire a 450 milioni in tre anni. I mercati di riferimento sono Israele, Giordania ed Egitto, poi anche Libano e Siria. Si propone inoltre di costituire una società pubblica con capitali europei gestita da europei e palestinesi. «Le agevolazioni dovrebbero essere strutturate per favorire le joint venture con i palestinesi».
I settori. Vengono indicati «agricoltura e industria della prima lavorazione delle materie prime agricole, tessile, marmo e pietra, turismo».
Le banche. «È opportuno favorire la costituzione di piccole banche di carattere cooperativo che raccolgano e reinvestano il risparmio della comunità locale». Quindi si propone la realizzazione di 10 piccolissimi istituti per progetti pilota. L'impegno finanziario previsto è di 50 milioni di euro (30 per le banche, 20 per il fondo di garanzia depositi)».
Quanto costa l'intifada. I danni materiali sono stati di 670 milioni (di cui 140 solo alle infrastrutture.
Cemento e acqua. Si dà particolare importanza alle risorse idriche. Gli israeliani dispongono di 280 litri al giorno pro capite, i palestinesi di 93. «Questo contesto - si legge nel piano - tende ad inasprire il conflitto tra le parti». Per questo si prevede di adottare «un sistema di tariffazione dell'acqua fortemente differenziato a seconda della qualità e dell'uso» e «assistenza tecnica ed incentivi per dotare i Territori di impianti che garantiscano un migliore utilizzo delle risorse idriche».
Autorità da rifare. Pesanti i giudizi nei confronti dell'Autorità Palestinese: «Non è del tutto in linea con gli assetti organizzativi e con la situazione economico-sociale» e questo «ha contribuito a determinare l'assunzione di un numero eccessivo di dipendenti pubblici, una sovrapposizione di funzioni tra le diverse amministrazioni, una mancanza di trasparenza e una perdita di efficienza nell'azione amministrativa». Le strutture troppo pensanti non sono compatibili con società palestinese e «rappresentano un forte centro di potere e sono fonte di abusi, corruzione

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