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Il made in Italy, come proteggerlo dalle contraffazioni e dalla concorrenza

Un'altra Italia sta finalmente conquistando mercati e moltiplicando il benessere. Non più Cenerentola, non più piegata su se stessa.
La presenza imprenditoriale italiana all'estero rappresenta non solo una grande opportunità per i paesi destinatari, che si affacciano finalmente all'Europa desiderosi di colmare il divario storico e ricevere investimenti e ricchezza, ma anche (e forse soprattutto) una chance per il nostro paese , prigioniero ancora oggi, in buona misura, di un modello stentato e di nodi socio-economici che non permettono all'industria, e quindi all'economia, di decollare.
Nell'Alimentazione, noi importiamo prodotti agricoli, dalla frutta alla carne, li lavoriamo nei settori agroalimentari e agroindustriali, conferendo loro la tipicità del nostro prodotto. Esemplare è quanto avviene nella produzione dei biscotti: il nostro paese importa da mercati terzi burro ed in generale derivati del latte, li lavora e ne esce un prodotto che il mondo di invidia. Stesso discorso per il foraggio ed in generale per l'alimentazione animale, due prosciutti crudi venduti in Italia su tre sono ottenuti da maiali non nazionali; e lo stesso accade in proporzioni diverse ma significative per la pasta, le conserve di pomodoro, il latte.
Nell'Abbigliamento e accessoristica, siamo attualmente considerati i più grandi, anche se non lo eravamo cinquant'anni fa. Nei primi undici mesi del 2002 l'Italia ha importato 169mila tonnellate di lana e filati, 456mila tonnellate fra cuoio, pelli e pellicce, e 331mila tonnellate di cotone. Per questi prodotti, la quantità importata è circa dieci volte quella esportata, nel caso della seta è oltre venti volte. Per contro, l'Italia esporta il prodotto finito e lavorato ad un valore che è circa dieci volte maggiore di quello delle materie importate: il valore delle esportazioni dei prodotti dell'industria tessile e dell'abbigliamento a novembre 2002 è stimato dall'Istat in 25,5 miliardi di euro (21 miliardi se si considera al netto dei filati di fibre tessili pari a 1,8 miliardi di euro.
Analogo discorso vale per l'Arredamento. Noi importiamo, ad esempio, legno e cuoio (rispettivamente 7,4 milioni di tonnellate e 500mila tonnellate) per un valore di 4,6 miliardi di euro complessivi, ed esportiamo divani, sedie, armadi, per un valore di 8,4 miliardi di euro (dati fino a novembre 2002).
In questo caso il valore aggiunto non è conferito, come nell'alimentazione, dalla trasmissione storica, certamente valorizzata dall'esperienza, ma dal design, frutto della ricerca e dell'innovazione unite ad una capacità artigianale ed artistica tipiche del nostro paese.
Nell'Auto, o meglio nell'Automazione, noi importiamo le materie prime allo stato grezzo (ferro e altri materiali ferrosi, petrolio, minerali e metalli in generale), poi le lavoriamo e applichiamo il design per dare forma al macchinario.
La Ferrari è sicuramente l'emblema dell'Italia, almeno quanto la pasta e il prosciutto, ma anche la Ferrari, così come la pasta e il prosciutto, è fatta con materie prime che noi possediamo soli in minima parte o che non possediamo affatto.
Il made in Italy è quindi un processo di trasformazione industriale su materie prime e semilavorati che in gran parte provengono da altri territori.
Questo sistema produttivo non è più sufficiente e, in alcuni casi, è addirittura inadeguato. La competizione internazionale è sempre più agguerita e la contraffazione e la concorrenza sleale rappresentano un aspetto preoccupante.
Possiamo invece procedere in due direzioni. Innanzi tutto, a livello nazionale, istituendo per legge il marchio made in Italy, per contraddistinguere i prodotti realizzati nel nostro paese secondo le regole europee sulla denominazione di origine.
Il secondo intervento, a livello europeo, potrebbe essere realizzato proprio durante il semestre di presidenza italiano, configurando un regolamento che renda obbligatoria la stampigliatura del paese d'origine su ogni prodotto importato nell

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