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SUPEREURO corre sul mercato dei cambi, e mette a dura prova l'export italiano.

a questa parte, comincia infatti a preoccupare le imprese che esportano verso mercati, come quelli americani o asiatici, che comprano in dollari.
E se da un lato, avere una monte forte inorgoglisce (è il caso di Alessandro Riello, elettrodomestici), dall'altro c'è il rischio di perdere quote di mercato o margini di profitto se si decide di bloccare i listini. Un rischio che percorre tutta la penisola, da nord a sud, ed è temuto anche da quelle imprese che si ritenevano garantite da listini fissati su un cambio a 1,10 quando ancora l'euro era al di sotto della parità.
Ma non tutte le difficoltà vengono per nuocere: le imprese, ne è convinto Leonardo Del Vecchio di Luxottica, dovrebbero cogliere la sfida dell'euro per migliorare la propria efficienza, riducendo i costi.
«Non si può negare che un apprezzamento dell'euro sul dollaro nell'ordine del 25% - spiega Luigi Rossi Luciani, presidente degli industriali del Veneto - crei delle difficoltà alle imprese che esportano vendendo in dollari». Ci sono dei vantaggi per il minor costo delle importazioni, del petrolio soprattutto, ma «c'è un grande disagio - prosegue l'industriale veneto - per l'incertezza sulla durata del rafforzamento dell'euro. Anche perchè, con il dollaro così debole, tutti i prodotti che arrivano dagli Stati Uniti o anche dalla Cina e dall'est asiatico sono ancora più competitivi».
«La situazione potrebbe diventare davvero difficile - gli fa eco Giuseppe Zigliotto, presidente dei giovani industriali veneti e titolare di un'azienda metalmeccanica di componenti - se dovessimo convivere con un euro a 1,13-1,15 per un periodo lungo. A quel punto, è questa una sensazione diffusa, i nostri clienti potrebbero decidere di rifornirsi da qualcuno che non fattura in euro. E noi perderemmo quote di mercato.» Molte imprese si erano comunque tutelate sul rischio di un rafforzamento dell'euro, che in qualche modo prevedevano vista la debole congiuntura americana, fissando i loro listini su un cambio euro-dollaro a 1,10 anche quando il cambio reale era ancora sotto la parità. Così avevano fatto la Arclinea, che vende le sue cucine in tutto il mondo, o la Luxottica. Il problema, però, è che l'euro è già oltre quella soglia di sicurezza: così che, a listini fermi, i margini di profitto si riducono. Anche di molto, se l'euro resta a lungo su questi livelli.
L'euro forte, assieme al rallentamento dell'economia e a problemi come la Sars o la guerra in Iraq, mette poi sotto forte pressione le piccole e medie imprese italiane, impegnate nei settori più diversi, dalle calzature delle Marche ai divani della Basilicata. Che, per reggerne l'impatto, devono in qualche misura diventare più efficienti. E questa, secondo Leonardo Del Vecchio, capo della Luxottica, è una sfida importante, «l'occasione - dice - per guardare nelle nostre aziende e recuperare sui costi migliorando la tecnologia».

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