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Mediobanca alla resa dei conti

Sul tavolo il nuovo accordo allargato agli azionisti francesi

All'ordine del giorno dell'assemblea del patto di Mediobanca, prevista per le ore 13 nella sede di Unicredit, c'è anche il rinnovo dei vertici dell'istituto. La rosa dei nomi si è ristretta a Gabriele Galateri, che potrebbe essere nominato superpresidente con deleghe, e Alberto Nagel, oggi vicedirettore generale, che potrebbe essere «promosso» amministratore delegato. Sembra quindi vicino il saluto d'addio dell'attuale ad Vincenzo Maranghi, che domani potrebbe annunciare le sue dimissioni. In caso contrario, sarebbe il patto di sindacato a chiederne la testa. Le decisioni sarebbero maturate venerdì sera dopo che Piergaetano Marchetti, numero uno del patto e regista della svolta, avrebbe formalmente declinato l'invito dei soci per la presidenza dell'istituto. Marchetti, come già in passato, si sarebbe dichiarato «indisponibile» nonostante la carica sia compatibile con l'esercizio della sua professione di notaio.
Sul tavolo dell'assemblea plenaria ci sarà il nuovo accordo allargato agli azionisti d'oltralpe messo a punto da Marchetti e da Berardino Libonati. Il testo prevede che Unicredito e Capitalia, oggi entrambi a circa l'8%, riducano le quote a non più del 6%, mentre il gruppo guidato da Bollorè vincoli il 5% e i suoi alleati (Dassault, Groupama) un altro 5%. Inoltre, la quota di capitale di Mediobanca che sarà conferita al nuovo patto, è destinata a salire dall'attuale 45% al 60%.
Il summit dovrebbe quindi esprimersi sui vertici. La soluzione prospettata vedrebbe Gabriele Galateri, ex amministratore delegato della Fiat, assumere la carica di presidente con alcune deleghe, una sorta di Pdg, président directeur géneral alla francese. Amministratore delegato e direttore generale verrebbe designato uno dei due vicedirettori generali: Alberto Nagel o Renato Pagliaro. Stando a indiscrezioni, gli azionisti sarebbero orientati a scegliere Nagel, sebbene sia il più giovane (38 anni) dei due.
A tenere alta la tensione intanto è lo stesso Maranghi, le cui possibili mosse restano indecifrabili. I più ritengono che il numero uno di piazzetta Cuccia, il cui mandato scade a ottobre, sarebbe pronto ad andare avanti se necessario fino alla sfiducia della maggioranza degli azionisti (per questo passo occorrerebbe un quorum del 75%) o comunque a dar battaglia a un accordo di governance che, secondo il parere dell'ad, non estinguerebbe il conflitto di interesse delle banche avversarie, Unicredit e Capitalia, e sarebbe dunque insoddisfacente sotto il profilo delle garanzie d'indipendenza dell'istituto. Venerdì, però, erano circolate anche voci secondo le quali l'amministratore delegato, consapevole della sconfitta e in rotta anche con gli ex alleati francesi, sarebbe stato ormai a un passo dalla formalizzazione delle dimissioni.

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