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Petrolio, nessuno shock con guerra lampo

Da gennaio 2002 aumento record del 68%. L'Opec lascia invariata la produzione

La decisione dell'Opec è stata prima annunciata dal ministro dell'energia algerino, Chakib Khleil, e poi confermata dal collega iraniano e infine da quello saudita. Per il momento, il mercato ha reagito bene, anche perchè la giornata di ieri, con lo slittamento del voto sulla guerra all'Iraq al Consiglio di Sicurezza, ha visto un generale allentamento delle tensioni. Il Brent a Londra già in mattinata viaggiava al ribasso, a 33,32 dollari al barile contro i 33,69 della vigilia. Quotazioni in ribasso anche a New York, dove in avvio il prezzo del greggio è sceso a 37,2 dollari, 7 centesimi in meno rispetto a lunedì.
Gli analisti avvertono: la frenata è solo temporanea. In realtà anche la decisione dell'Opec di non aumentare la produzione potrebbe essere interlocutoria. I paesi che aderiscono al cartello hanno ben specificato che in agenda non avevano il piano di emergenza da far scattare in caso di conflitto in Iraq.
Anche l'Unione Petrolifera sostiene che per il petrolio non è allarme rosso. Neanche nello scenario peggiore, quello cioè di una guerra all'Iraq «relativamente» prolungata. L'Unione Petrolifera in un recente studio sulla situazione dei mercati del greggio esclude, in ogni caso, «gravi ripercussioni». E ricorda come a pesare sui prezzi, che hanno guadagnato il 68% dall'inizio del 2002, gioca l'effetto-paura. In una prospettiva di guerra breve che «al momento sembra ancora essere il più probabile», la disponibilità di greggio dovrebbe «rimanere più che sufficiente», spiega l'Up. Ma anche in «uno scenario di guerra relativamente prolungata (uno-due mesi) - prosegue - non dovrebbero esserci gravi ripercussioni, tenuto conto della forte improbabilità che la guerra si estenda ad altre aree: episodiche ed isolate rotture dei flussi sarebbero comunque compensate facilmente da un ricorso, peraltro moderato, alle scorte». Dati alla mano, l'Unione Petrolifera sottolinea così che nel caso di un breve conflitto la «perdita di capacità produttiva» è stimata in 3,5 milioni di barili al giorno: 2,8 milioni di barili iracheni e «probabilmente» 700 mila barili dei giacimenti kuwaitiana vicini al possibile «teatro delle ostilità». Un taglio produttivo che sarebbe comunque compensato dall'attesa «minore domanda nel secondo trimestre (-2,6 milioni) e da incrementi della produzione non-Opec». «Esistono, poi, le ipotesi estreme» commenta l'Unione Petrolifera ma «elaborare su queste è impossibile, poichè vi possono rientrare tutti i casi più catastrofici immaginabili». «Come in altre crisi petrolifere del passato, è la paura delle conseguenze più remote ad orientare i prezzi», prosegue l'Unione dei petrolieri ricordando che «in tutte le crisi precedenti, ed in particolare in quella del Golfo del 1990-91 (che evidenzia alcune analogie con la situazione odierna), si è visto poi che questa psicosi era infondata». Nelle due distinte fasi della crisi del Golfo l'invasione del Kuwait e azione bellica - «l'esplosione dei prezzi si concentrò esclusivamente nella prima fase, con dinamiche esasperate strettamente connesse a notizie o timori di possibili danneggiamenti ad infrastrutture petrolifere dei Paesi confinanti». Poi «all'aprirsi delle ostilità, il barile scese in pochi giorni a 21 dollari, cedendo ulteriormente nei mesi successivi fino ad un minimo di 16 d/b (maggio 1991)». Le quotazioni petrolifere internazionali, a partire dall'inizio del 2002 - ricorda comunque l'Up - hanno registrato «uno straordinario balzo in avanti, passando da 19,30 dollari al barile agli attuali 32,50 dollari (+ 68%) con un ritmo particolarmente sostenuto in questo primo scorcio del 2003».

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