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La campagna anti-aborto

I tabù capovolti

I tabù capovolti

Quarant’anni dalla legge 194, in vista della “Marcia per la Vita” di sabato, parte la campagna #stopoaborto. Un cartello affisso sulla via Salaria, a Roma, non lascia scampo: «L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo».

La Commissione Commercio rassicura tutti: «Sarà rimosso».

E tutti – ma proprio i tanti tutti, in automatico nel tam tam femminista – fanno appello a Virginia Raggi, sindaco di Roma, affinché anche questo, come già il gigantesco cartellone a favore della vita affisso ad aprile su via Gregorio VII e subito levato, sia appunto tolto.

I militanti di CitizenGo – la fondazione dei prolife nata in Spagna presente anche in Italia – non vogliono piacere ad alcuno.

Sulla «strage de strage di cui non si deve parlare» i prolife la buttano pesante. Capovolgono i tabù liberali, il più potente dei quali sancisce l’aborto quale diritto e si avviano al patibolo del ciapi ciapi borghese per esserne – come sempre – ridicolizzati e criminalizzati.

Non c’entra niente ma la dura legge imposta da Maometto al suo stesso popolo – dov’era diritto dei padri seppellire vive le neonate, considerate meno che niente – fu di salvarle. E amarle.

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