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il caso di roma

L'embrione sul manifesto

L'embrione sul manifesto

C’è un manifesto di sette metri per undici in un edificio su via Gregorio VII, a Roma. È la foto di embrione e a 40 anni dalla legge 194 ricorda un fatto: l’aborto «Sopprime un essere vivente, non un grumo di cellule». La tassa d’affissione è pagata fino a giorno 15, ma visto il fuoco polemico – «è un manifesto illegittimo», già denunciano i liberal-borghesi della ZTL democratica – è difficile che resti appeso ancora domani. Virginia Raggi si premurerà di farlo togliere e perfino dal vicino appartamento di Santa Marta – il domicilio del Santo Padre, a pochi passi dal manifesto –si giudicherà inopportuna la provocazione dell’Associazione Pro Vita.

L’embrione – ciò che ciascuno di noi è stato per avviarsi nel divenire – è considerato peggio che la cacca d’artista. Ed è un insulto già tenerlo presente, figurarsi proteggerlo, giusto in una società come la nostra dove una Michela Vittoria Brambilla, instancabile animalista, la scena se la gode tutta ma se solo difendesse feti di undici settimane invece che gatti e cani, troverebbe righe zero nei giornali e nessuno ascolto. Come si dice, infatti? Ama il prossimo tuo come i cani.

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