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L'INTERVISTA

Stanley Tucci e "L'arte di essere amici"

Il regista statunitense di origini calabresi presenta il suo ultimo film "Final Portrait" su Alberto Giacometti

Stanley Tucci e "L'arte di essere amici"

Sorridente, tra una domanda e l’altra, scarabocchia su un piccolo foglio di carta un paesaggio con un paio di alberi. Tenta di rispondere con qualche parola in italiano (viste le sue origini calabresi), ma poi preferisce l’inglese. Stanley Tucci arriva nella Capitale per presentare la sua quinta pellicola da regista “Final Portrait-L’arte di essere amici”, nelle sale da giovedì 8 febbraio con Bim, sull’artista Alberto Giacometti.

Per la prima volta lo statunitense 57enne si è dedicato solo alla regia di un film, mettendo da parte la recitazione. “Dirigere sé stessi richiede un grande sforzo e questo era un progetto molto complesso” spiega dalla saletta di un lussuoso hotel romano a due passi da via Veneto. Per il ruolo dello scultore e pittore svizzero Tucci ha scelto l’attore premio Oscar Geoffrey Rush, mentre a Armie Hammer ha affidato il compito di interpretare lo scrittore James Lord. Al centro del film, ambientato a Parigi nel 1964, ci sono i diciotto giorni impiegati dall’artista per ritrarre l’amico americano. Ma oltre a “Final Portrait”, Tucci parla a Il Tempo del suo amore per il nostro Paese e della voglia di lavorare con registi italiani come Guadagnino e Sorrentino.

Mr Tucci, chi è stato Giacometti?
“Era un bambino adulto e anche molto egoista che ha dedicato cuore e anima al lavoro e all’arte. Per vivere in questo modo aveva bisogno di circondarsi di persone che glielo dovevano permettere, come sua moglie Annette e suo fratello Diego. Non credo che il suo comportamento fosse eticamente corretto. Ma in realtà ciò che mi interessava raccontare nel film era il suo processo creativo”.
Il suo non è un vero e proprio biopic su Giacometti…
“Rischiava di diventare noiosa una semplice biografia. Ho preferito immergermi in un episodio della sua vita artistica. Attraverso il dettaglio si poteva scoprire la sua universalità”.
Che rapporto ha lei con l’arte?
“Mio padre insegnava arte a scuola. Un anno intero abbiamo vissuto anche a Firenze, abbiamo viaggiato tanto. In Italia ho scoperto in particolare il Rinascimento. Anch’io ho studiato poi disegno e continuo ad amare l’arte”.
Ha mai fatto il modello per suo padre?
“Certo. Ma lui era più simpatico e meno arrabbiato di Giacometti (ride, ndr). E’ interessante posare per qualcuno. E’ un modo per capirsi reciprocamente, come avviene nel film”.
Siamo in un momento in cui l’estetica è fondamentale. Secondo lei abbiamo perso il gusto dell’arte?
“Assolutamente. Con i selfie, ad esempio, si perde il vissuto del momento, la memoria e quel gusto nel dedicare del tempo ad ammirare qualcosa”.
In “Final Portrait” traspare un senso di insoddisfazione e frustrazione costante in Giacometti. E’ qualcosa che vi accomuna?
“Un artista prova spesso queste sensazioni. Anche a me è capitato. Penso ai film che non avrei dovuto fare. Ma l’insoddisfazione può essere uno stimolo a migliorarci nella vita”.
Trova che l'arte di Giacometti sia ancora attuale?
“I suoi lavori sono senza tempo. Ha saputo esprimere la condizione umana in modo universale”. 
E’ la prima volta che sceglie di non recitare in un suo film. Ma ha pensato per un momento di interpretare lei stesso il protagonista?
“Forse all’inizio, poi l’ho escluso. Dirigere sé stessi richiede un grosso sforzo e questo era un progetto molto complesso e ne avrebbe sofferto”.
Perché ha scelto Geoffrey Rush e Armie Hammer?
“Geoffrey era perfetto già solo per ovvi motivi di somiglianza con Giacometti. Con Armie è andata diversamente. In mente avevo altri attori per il ruolo di Lord, poi gli abbiamo proposto il progetto e a lui è piaciuto. L’ho trovato veramente talentuoso”.
Quanto è stato complicato per Rush entrare nel personaggio?
“Il libro da cui è tratto il film (scritto dal vero James Lord, ndr) è stato un’ottima base. Coglie l’essenza dell’artista con tutte le sue difficoltà, gioie e dolori. Mentre cercavo i fondi per realizzare il film, Rush ha avuto due anni per prepararsi. Per lui è stato difficile soprattutto gestire gli eccessi di rabbia di Giacometti e imparare a usare in modo credibile e spontaneo il pennello”.
Hammer è il protagonista anche di “Chiamami col suo nome” di Luca Guadagnino. Lo ha visto?
“Mi è piaciuto moltissimo”.
Lavorerebbe con Guadagnino o magari con qualche altro regista italiano?
“Con Luca assolutamente. Tanti anni fa mi arrivò una sua proposta, ma non andò in porto. Mi piacerebbe fare anche un film con Paolo Sorrentino”.
Che idea ha dell’Italia?
“Trovo sia troppo fluida e flessibile (sorride, ndr). Io ora vivo in Inghilterra, ma ho portato via dall’America una sovrastruttura mentale. Però amo il vostro Paese e qui mi sento a casa”.
Fra meno di un mese ci sarà la cerimonia degli Oscar. Lei nella sua carriera ha ricevuto solo una candidatura. Forse ne meritava di più…
“Non saprei. E’ innegabile che essere candidato è una sensazione piacevole. Ma a Hollywood funziona in modo strano. Io vado avanti nel mio lavoro e mi dico: chissà, magari il prossimo anno andrà meglio”.

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